ciao!

20 lug 2018

Il Buon Pastore


SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - I DODICI INVIATI TORNANO


SEDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - I DODICI INVIATI TORNANO 

Ger 23, 1-6; Sal 22; Ef 2, 13-18; Mc 6, 30-34

Ecco così che, se domenica scorsa avevamo contemplato l’inizio della corsa dell’Evangelo per le strade del mondo, oggi contempliamo l’inizio di una vera vita comunitaria capace di mettere assieme gioie, fatiche, stupori, dolori, fallimenti, preoccupazioni, stanchezze; una vita comunitaria che ha al centro Gesù (Si riunirono attorno a Gesù) e che solo lì trova conforto, riposa, forza.
Una vita ecclesiale, apostolica, colma di attività al servizio del Regno se non trova il suo centro reale (e dunque non ideale o intenzionale!) in Gesù, diventa altro, smarrisce la forza libera dell’Evangelo, si perde nei rivoli delle contese e delle rivalità o nelle pastoie delle recriminazioni e lamenti o nelle autoesaltazioni.
Attorno a Gesù! E Lui è lì per accogliere e difendere, per offrire riparo e riposo, è lì per dichiarare con dolce fermezza la necessità di un “altrove” solitario per un riposo con Lui!
È vero che dopo, nel racconto di Marco di oggi, questo non accade fino in fondo in quanto le folle ancora premono e sono spaesate ed abbandonate, ma ciò non destituisce di importanza la dichiarazione della necessità di questo tempo con Lui, del tempo del riposo, del tempo dell’”altrove”, del tempo del silenzio. Per poter stare davvero con Gesù è necessario “appropriarsi” di se stessi; perché questo accada è necessario il silenzio; non è soltanto una necessità psicologica ma è un’esigenza fondamentale dello spirito: Noi siamo attraversati da continui flussi di parole, suoni, immagini affascinati e pure spietate e così non ci accorgiamo più del nostro io, della nostra intimità, del “mistero” che ci abita … il silenzio è il fiume in cui il “sensato” scorre … già gli antichi lo percepivano; Pitagora insegnava ai suoi che il vero sapiente rompe il silenzio solo per dire cose più importanti del silenzio! Silenzio è il bianco della pagina su cui si scrive … silenzio sono le “pause” senza le quali la musica sarebbe insensata! Le pause non sono “vuoto” ma attesa del suono successivo! Se riportiamo questo alla vita comprendiamo quanto sia importante il silenzio. Il silenzio è luogo in cui si alimenta l’esistenza, è luogo di vero incontro con se stessi e con il Signore.
Ecco quindi che si apre la seconda scena di questo racconto di Marco: appaiono le folle, la quotidianità con i suoi drammi e problemi, con i suoi bisogni e le sue amarezze., folle che premono e generano in Gesù quel moto che è all’origine di tutto l’Evangelo: la commozione-compassione; questa è all’origine dell’Evangelo perché è proprio la commozione-compassione la causa dell’Incarnazione; è la commozione-compassione la causa della Croce. Unisco i due termini (commozione e compassione) per designare meglio cosa sia questo moto che avviene in Gesù: è un dolore profondo, un dolore viscerale, direi “irragionevole”; è come il dolore materno. Questo è suggerito dal verbo greco “splanchn?zomai” che deriva dalla parola “splánchna” (“viscere”) che significa “sentire dolore nelle viscere”; è allora un dolore materno, profondo perché proveniente dalle “viscere” in cui in figlio si è formato. E’ questa commozione profonda il cuore dell’Evangelo, una commozione che rivela l’amore ed è ragione di ogni moto di donazione da parte di Dio. Andare in disparte con Lui per riposare è allora, per il credente, andare alla fonte di questo amore che quando si incontra con la miseria, povertà e smarrimento dell’uomo, si concretizza in commozione, in dolore nelle viscere. Lo stare con Lui abilita i discepoli a questo sentire con Cristo; stare con Lui significa imparare a sentire quella sua commozione-compassione, è imparare a far scaturire dall’amore la concretezza della compassione che, alla fine, si deve tradurre necessariamente in desiderio di portare gli stessi pesi, gli stessi dolori.
Infatti la commozione di Gesù si tradusse nella sua piena condivisione e della nostra umanità e della nostra morte e del nostro dolore; chi prova quella commozione profonda non
può rimanere fuori dal dolore dell’amato, al contrario, lo vuole abitare e portare! Così fece Gesù, e così è necessario che faccia la sua Chiesa. Questo, però, sarà possibile solo se i suoi discepoli avranno sempre il “coraggio” di dare spazio al silenzio pieno di Lui, alla solitudine abitata da Lui, al riposo in Lui. Guai a chi ritiene non necessario quel salire sulla barca dell’ “anachòresis” (cioè del prendere le distanze dal quotidiano) e del riposo in Lui; il rischio è, come sempre, quello di smarrire l’identità del discepolato di Cristo e di vestire i panni di una delle tante (e, per carità, anche benemerite!) associazioni filantropiche!
Bisogna farsi convinti che è il vero rapporto con Cristo che rende veri e profondi, e scevri da ogni egoismo i nostri rapporti intra-umani.
La commozione-compassione di Gesù sorge dal vedere che quelle folle sono sole, nessuno se ne fa carico, nessuno le guida … dove vanno? Che speranze hanno in cuore? Hanno ancora speranze? Di cosa si “nutrono”? Gesù le guarda con amore e si fa loro pastore; si fa per loro nuovo Mosè che le deve e può guidare ad una vera terra di libertà, ad una terra promessa di pace e di riconciliazione. Darà loro il pane, come Mosè diede il pane della manna, e poi, nel suo Esodo (cfr Lc 9,31) aprirà per quelle folle e “per moltitudini” (cfr Mt 26,28), una via di salvezza, una via di autentica umanità. Nuovo Davide, come ha scritto Geremia nell’oracolo che abbiamo ascoltato come Prima lettura, li pascerà nella giustizia facendo misericordia e regnando dalla Croce.
Salire sulla barca di questo Messia è sì riposare con Lui, è sì presa di distanza dal quotidiano ma per tornare agli uomini con lo stesso amore costoso del Messia Gesù; un amore che si fa con-passione e quindi dono. Salire su quella barca è condividere con Lui le sue due “passioni” quella per il Padre, da ricercare incessantemente nel silenzio, e quella per l’uomo da servire umanizzandolo ed indicandogli vie di vita e questo portandone i pesi e le ferite, senza darsi sconti. Le due “passioni” devono sempre stare assieme e mai, né l’una, né l’altra in modo implicito! Le vere “passioni” non tollerano l’implicito!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

18 lug 2018

angelo


SAN PAOLO E GLI ANGELI


SAN PAOLO E GLI ANGELI

GIUGNO 21, 2009 

di Antonio Gaspari

ROMA, domenica, 21 giugno 2009 (ZENIT.org).- Tra pochi giorni terminerà lo speciale Anno paolino indetto da Benedetto XVI, mentre da poco è iniziato l’Anno sacerdotale alla fine del quale il santo curato d’Ars sarà proclamato patrono universale di tutti i sacerdoti cattolici.  
L’Anno paolino è stato molto fruttuoso nella Chiesa. Numerosi testi sono stati pubblicati per approfondire la conoscenza dell’Apostolo delle Genti.  
Tra questi da segnalare il libro di don Marcello Stanzione “San Paolo il mistico degli Angeli” (Gribaudi, Milano) che mette a fuoco l’angelologia e la demonologia paolina.  
Il libro ha avuto un buon successo di vendite anche perché scritto in maniera chiara e semplice. 
Intervistato da ZENIT, Don Marcello Stanzione ha spiegato che “come per San Pietro, anche nella gigantesca missione di Paolo, Apostolo delle Genti non manca l’intervento di un Angelo. Dapprima però c’è da sottolineare che nelle sue lettere Paolo parla molto spesso, anche se marginalmente degli Angeli”. 
“Sicuramente Paolo aveva creduto nell’esistenza degli Angeli – sostiene il fondatore della Milizia di San Michele Arcangelo (www.miliziadisanmichelearcangelo.org) –  ancora prima della sua conversione, sia per la sua grande conoscenza delle Scritture, che studiò presso la Scuola di Gamaliele  sia per il fatto che apparteneva alla Setta dei Farisei, la quale, contrariamente a quella dei Sadducei – era pienamente convinta dell’esistenza degli Angeli”.
Paolo si vantava espressamente di questo dinanzi al Sinedrio, come viene spiegato esaurientemente nella notizia degli Atti degli Apostoli (23,6-9): “Paolo, fissato lo sguardo sul Sinedrio, disse: ‘Fratelli, fino a questo giorno io sono vissuto dinanzi a Dio in tutta buona coscienza’”.  
Paolo, sapendo che una parte del Sinedrio era composta di Sadducei e l’altra di Farisei, esclamò: “Fratelli, io sono Fariseo, figlio di Farisei, e sono chiamato in giudizio per la speranza nella risurrezione dei morti!”.
I Sadducei infatti dicono non esserci risurrezione, né Angelo, né spirito, mentre i Farisei affermano ambedue le cose.  E si fece un gran vociare. Alcuni del partito dei Farisei si levarono su a protestare, gridando: “Noi non troviamo alcun male in quest’uomo; e se uno spirito o un angelo gli avesse parlato?”.  
Il tumulto cresceva; e il tribuno, temendo che Paolo fosse fatto da loro a pezzi, comandò ai soldati che scendessero a prenderlo.
La notte seguente, il Signore fu dinanzi a lui e gli disse: “Sii di buon animo; come m’hai reso testimonianza in Gerusalemme, così bisogna che tu me la renda anche in Roma”.
Egli lo fece senza alcuna paura, nella convinzione che egli aveva espresso  nella Lettera ai Romani (8,38 ) con le parole: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né Angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. 
Prima però che Paolo giungesse a Roma, per portare la testimonianza di Cristo, e per patire la morte del martirio, durante il viaggio avventuroso in nave, egli assistette all’intervento di un Angelo del Signore.  
Quando infatti la nave su cui egli si trovava in prigionia si imbatté in una spaventosa tempesta scatenando la disperazione a bordo, la nave non fu preservata dal naufragio da parte di  un Angelo e Paolo  – come invece accadde per ben due volte a Pietro a Gerusalemme – non fu salvato dai suoi nemici; un Angelo però disse a San Paolo  “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare ed ecco, Dio ti ha fatto grazia di tutti i tuoi compagni di navigazione” (Atti degli Apostoli 27,24). 
Nei giorni seguenti, durante i quali sia a San Paolo,  che all’equipaggio, che ai soldati di scorta non furono risparmiati i timori di un naufragio, né quelli di  un ammutinamento, fu soltanto la fede nella promessa dell’Angelo che fece superare a Paolo tutte le situazioni critiche e che gli fece mantenere una superiorità che piegò persino il Capitano delle Guardie Romane.  
Paolo disse ai compagni di prigionia, sulla nave sbattuta dalla tempesta : “non perdetevi di coraggio, uomini; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato annunziato (da un Angelo)”. Poi vi fu il naufragio dinnanzi a Malta, la cui descrizione viene conclusa negli Atti degli Apostoli con la constatazione “e così tutti poterono mettersi in salvo a terra”. 
Alla domanda se l’Angelo che parlò con San Paolo era il suo Angelo Custode, don Marcello ha risposto: “Presumibilmente sì. Il modo in cui però Paolo non viene salvato prima del naufragio, bensì soltanto in seguito ad esso ricorda ciò che l’autore della Lettera agli Ebrei scrisse nello Spirito di San Paolo in merito al compito degli Angeli: ‘Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?’ (Ebrei 1,14). La salvezza dell’umanità quindi è compito degli Angeli Custodi”.  
“Gli Angeli – ha precisato don Marcello – stanno al fianco di coloro che sono stati loro affidati, non per proteggerli dalle aggressioni terrene, dalla povertà e dalla sofferenza, non per risparmiare loro il dolore o per offrire loro un braccio forte per l’ottenimento di un qualsiasi bene temporale, bensì per condurli a Dio ed alla salvezza sulla via che ha loro designato la Divina Volontà. Gli Angeli considerano la salvezza temporale di coloro che sono stati loro affidati dal punto di vista dell’ultimo, eterno fine dell’uomo”. 
Per quanto riguarda invece il riferimento agli Angeli nelle Lettere Apostoliche di San Paolo, il fondatore della Milizia di san Michele nonché autore di numerosi libri sugli Angeli, ha voluto  sottolineare che un ottimo conoscitore dei nostri tempi, di San Paolo e delle sue Lettere ha sostenuto in un excursus sul pensiero fondamentale delle principali Lettere di San Paolo, in modo forse sin troppo prudente: “rimane infine da indicare, che l’Apostolo è anche a conoscenza di un mondo tra Dio e l’uomo, egli parla di ‘Esseri Angelici’ – con nomi diversi – e non è sempre chiaro quale posizioni essi assumano nel dramma che si svolge tra Dio e l’uomo”.  
Egli rimane sicuramente un figlio del suo tempo e talvolta sembra che le rappresentazioni tramandate della fede ebraica, dell’Apocalisse, si mescolino con cognizioni che hanno un significato permanente.  
Paolo però è convinto dell’esistenza e dell’efficacia di Satana in questo Aion (Cor 4,4) (non soltanto dell’esistenza dei Santi Angeli);  così come a Roma, per Paolo varrà in generale l’affermazione: “Il Dio della pace stritolerà ben presto Satana sotto i vostri piedi” (Romani 16,20). 
Paolo indica gli Angeli, soprattutto laddove viene a parlare di Cristo Signore. Nella Lettera ai Colossesi (1,16) egli sottolinea: “poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui”.  
Qui l’Apostolo delle Genti indica che tutte le potenze dello spirito, sia che siano diventate Angeliche o demoniache, in quanto potenze create dal Cristo preesistente, sono soggette alla potestà di Cristo, che le ha chiamate all’esistenza. 
Se le potenze Angeliche sono sottomesse alla sovranità di Cristo, è quindi anche chiaro che il loro potere – che già è grande – non è sufficiente a separare da Cristo coloro che sono radicati nell’amore di Cristo e che fanno parte di Lui: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né Angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. 
“Il Signore Gesù Cristo risorto ed assunto in cielo al di sopra di ogni principato e autorità di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome (i Cori degli Angeli) che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro”. Qui Paolo menziona i singoli Cori degli Angeli, sopra i quali regna Cristo, allo stesso modo lo fa nella Lettera agli Efesini 3,1 ed ai Colossesi 1,16.  
Paolo indica lo stretto legame degli Angeli con Cristo anche indicando che una volta essi verranno insieme a Cristo alla Parusia “quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo con gli Angeli della sua potenza in fuoco ardente, a far vendetta di quanti non conoscono Dio e non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando egli verrà per esser glorificato nei suoi santi ed esser riconosciuto mirabile in tutti quelli che avranno creduto, perché è stata creduta la nostra testimonianza in mezzo a voi. Questo accadrà, in quel giorno….” (2 Tess.1,7). 
Ma gli Angeli non verranno soltanto alla Parusia del Signore, essi sono presenti in mezzo a noi, soprattutto durante la Messa. San Paolo ha indicato la venerazione alla presenza dei Santi Angeli con il precetto sicuramente legato al tempo, che le donne portino un velo sul capo “Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli Angeli” (1 Cor. 11,10).
Sicuramente qui si cela la convinzione dell’Apostolo secondo la quale la donna deve apparire decorosa in onore degli Angeli, che durante l’Assemblea Religiosa sono invisibilmente presenti e vicini ad ogni uomo. 
Don Marcello ricorda che c’è un inno non cristiano, nel quale vengono menzionati gli Angeli, e che oggigiorno viene utilizzato nuovamente nell’ora canonica della Chiesa, poiché esso era conosciuto sicuramente non soltanto a Timoteo, allievo di Paolo, bensì senza dubbio anche a Paolo stesso:  “Egli (Cristo) si manifestò nella carne fu giustificato nello Spirito, apparve agli Angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria.” (1 Tim 3,16) .  
Ogni Ministro della Chiesa viene invitato da ultimo anche indicando i Santi Angeli al fedele e consapevole adempimento ai suoi doveri: “Ti scongiuro davanti a Dio, a Cristo Gesù e agli Angeli eletti, di osservare queste norme con imparzialità e di non far mai nulla per favoritismo!” (1 Tim 5,21) .
Secondo don Marcello, l’autore della Lettera agli Ebrei sottolinea con grande forza ciò che Paolo aveva affermato in merito alla superiorità di Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo: “A quale degli Angeli poi ha mai detto: ‘Siedi alla mia destra, finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi?’. Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ‘ministero’, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?” (Ebr. 1,13-14). 
Poiché noi già sulla terra siamo stati resi degni della Comunità della Chiesa Celeste, alla quale appartengono anche i Santi Angeli dobbiamo seguire con rispetto la strada che Dio ci indica. Così ci esorta l’autore della Lettera agli Ebrei (12,22) pienamente nello Spirito di San Paolo: “Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di Angeli, all’adunanza festosa  e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli…..Guardatevi perciò di non rifiutare” (Ebr 12,22).  
In conclusione don Marcello afferma che “ci dobbiamo mantenere nell’amore fraterno ed essere ospitali l’uno verso l’altro perché: ‘Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli Angeli senza saperlo’ (Ebrei 13,2)”.

16 lug 2018

San Bonaventura


BENEDETTO XVI - SAN BONAVENTURA - (3) 15 luglio - (La teologia)


BENEDETTO XVI - SAN BONAVENTURA -  (3)  15 luglio - (La teologia)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 17 marzo 2010  

Cari fratelli e sorelle,

questa mattina, continuando la riflessione di mercoledì scorso, vorrei approfondire con voi altri aspetti della dottrina di san Bonaventura da Bagnoregio. Egli è un eminente teologo, che merita di essere messo accanto ad un altro grandissimo pensatore, suo contemporaneo, san Tommaso d’Aquino. Entrambi hanno scrutato i misteri della Rivelazione, valorizzando le risorse della ragione umana, in quel fecondo dialogo tra fede e ragione che caratterizza il Medioevo cristiano, facendone un’epoca di grande vivacità intellettuale, oltre che di fede e di rinnovamento ecclesiale, spesso non sufficientemente evidenziata. Altre analogie li accomunano: sia Bonaventura, francescano, sia Tommaso, domenicano, appartenevano agli Ordini Mendicanti che, con la loro freschezza spirituale, come ho ricordato in precedenti catechesi, rinnovarono, nel secolo XIII, la Chiesa intera e attirarono tanti seguaci. Tutti e due servirono la Chiesa con diligenza, con passione e con amore, al punto che furono invitati a partecipare al Concilio Ecumenico di Lione nel 1274, lo stesso anno in cui morirono: Tommaso mentre si recava a Lione, Bonaventura durante lo svolgimento del medesimo Concilio. Anche in Piazza San Pietro le statue dei due Santi sono parallele, collocate proprio all’inizio del Colonnato partendo dalla facciata della Basilica Vaticana: una nel Braccio di sinistra e l’altra nel Braccio di destra. Nonostante tutti questi aspetti, possiamo cogliere nei due grandi Santi due diversi approcci alla ricerca filosofica e teologica, che mostrano l’originalità e la profondità di pensiero dell’uno e dell’altro. Vorrei accennare ad alcune di queste differenze.
Una prima differenza concerne il concetto di teologia. Ambedue i dottori si chiedono se la teologia sia una scienza pratica o una scienza teorica, speculativa. San Tommaso riflette su due possibili risposte contrastanti. La prima dice: la teologia è riflessione sulla fede e scopo della fede è che l’uomo diventi buono, viva secondo la volontà di Dio. Quindi, lo scopo della teologia dovrebbe essere quello di guidare sulla via giusta, buona; di conseguenza essa, in fondo, è una scienza pratica. L’altra posizione dice: la teologia cerca di conoscere Dio. Noi siamo opera di Dio; Dio sta al di sopra del nostro fare. Dio opera in noi l’agire giusto. Quindi si tratta sostanzialmente non del nostro fare, ma del conoscere Dio, non del nostro operare. La conclusione di san Tommaso è: la teologia implica ambedue gli aspetti: è teorica, cerca di conoscere Dio sempre di più, ed è pratica: cerca di orientare la nostra vita al bene. Ma c’è un primato della conoscenza: dobbiamo soprattutto conoscere Dio, poi segue l’agire secondo Dio (Summa Theologiae Ia, q. 1, art. 4). Questo primato della conoscenza in confronto con la prassi è significativo per l’orientamento fondamentale di san Tommaso.
La risposta di san Bonaventura è molto simile, ma gli accenti sono diversi. San Bonaventura conosce gli stessi argomenti nell’una e nell’altra direzione, come san Tommaso, ma per rispondere alla domanda se la teologia sia una scienza pratica o teorica, san Bonaventura fa una triplice distinzione – allarga, quindi, l’alternativa tra teorico (primato della conoscenza) e pratico (primato della prassi), aggiungendo un terzo atteggiamento, che chiama “sapienziale” e affermando  che la sapienza abbraccia ambedue gli aspetti. E poi continua: la sapienza cerca la contemplazione (come la più alta forma della conoscenza) e ha come intenzione “ut boni fiamus” - che diventiamo buoni, soprattutto questo: divenire buoni (cfr Breviloquium, Prologus, 5). Poi aggiunge: “La fede è nell’intelletto, in modo tale che provoca l’affetto. Ad esempio: conoscere che Cristo è morto “per noi” non rimane conoscenza, ma diventa necessariamente affetto, amore” (Proemium in I Sent., q. 3).
Nella stessa linea si muove la sua difesa della teologia, cioè della riflessione razionale e metodica della fede. San Bonaventura elenca alcuni argomenti contro il fare teologia, forse diffusi anche in una parte dei frati francescani e presenti anche nel nostro tempo: la ragione svuoterebbe la fede, sarebbe un atteggiamento violento nei confronti della parola di Dio, dobbiamo ascoltare e non analizzare la parola di Dio (cfr Lettera di san Francesco d’Assisi a sant’Antonio di Padova). A questi argomenti contro la teologia, che dimostrano i pericoli esistenti nella teologia stessa, il Santo risponde: è vero che c’è un modo arrogante di fare teologia, una superbia della ragione, che si pone al di sopra della parola di Dio. Ma la vera teologia, il lavoro razionale della vera e della buona teologia ha un’altra origine, non la superbia della ragione. Chi ama vuol conoscere sempre meglio e sempre più l’amato; la vera teologia non impegna la ragione e la sua ricerca motivata dalla superbia, “sed propter amorem eius cui assentit” – “motivata dall’amore di Colui, al quale ha dato il suo consenso” (Proemium in I Sent., q. 2), e vuol meglio conoscere l’amato: questa è l’intenzione fondamentale della teologia. Per san Bonaventura è quindi determinante alla fine il primato dell’amore.
Di conseguenza, san Tommaso e san Bonaventura definiscono in modo diverso la destinazione ultima dell’uomo, la sua piena felicità: per san Tommaso il fine supremo, al quale si dirige il nostro desiderio è: vedere Dio. In questo semplice atto del vedere Dio trovano soluzione tutti i problemi: siamo felici, nient’altro è necessario.
Per san Bonaventura il destino ultimo dell’uomo è invece: amare Dio, l’incontrarsi ed unirsi del suo e del nostro amore. Questa è per lui la definizione più adeguata della nostra felicità.
In tale linea, potremmo anche dire che la categoria più alta per san Tommaso è il vero, mentre per san Bonaventura è il bene. Sarebbe sbagliato vedere in queste due risposte una contraddizione. Per ambedue il vero è anche il bene, ed il bene è anche il vero; vedere Dio è amare ed amare è vedere. Si tratta quindi di accenti diversi di una visione fondamentalmente comune. Ambedue gli accenti hanno formato tradizioni diverse e spiritualità diverse e così hanno mostrato la fecondità della fede, una nella diversità delle sue espressioni.
Ritorniamo a san Bonaventura. E’ evidente che l’accento specifico della sua teologia, del quale ho dato solo un esempio, si spiega a partire dal carisma francescano: il Poverello di Assisi, al di là dei dibattiti intellettuali del suo tempo, aveva mostrato con tutta la sua vita il primato dell’amore; era un’icona vivente e innamorata di Cristo e così ha reso presente, nel suo tempo, la figura del Signore – ha convinto i suoi contemporanei non con le parole, ma con la sua vita. In tutte le opere di san Bonaventura, proprio anche le opere scientifiche, di scuola, si vede e si trova questa ispirazione francescana; si nota, cioè, che egli pensa partendo dall’incontro col Poverello d’Assisi. Ma per capire l’elaborazione concreta del tema “primato dell’amore”, dobbiamo tenere presente ancora un’altra fonte: gli scritti del cosiddetto Pseudo-Dionigi, un teologo siriaco del VI secolo, che si è nascosto sotto lo pseudonimo di Dionigi l’Areopagita, accennando, con questo nome, ad una figura degli Atti degli Apostoli (cfr 17,34). Questo teologo aveva creato una teologia liturgica e una teologia mistica, ed aveva ampiamente parlato dei diversi ordini degli angeli. I suoi scritti furono tradotti in latino nel IX secolo; al tempo di san Bonaventura – siamo nel XIII secolo – appariva una nuova tradizione, che provocò l’interesse del Santo e degli altri teologi del suo secolo. Due cose attiravano in modo particolare l’attenzione di san Bonaventura:
1. Lo Pseudo-Dionigi parla di nove ordini degli angeli, i cui nomi aveva trovato nella Scrittura e poi aveva sistemato a suo modo, dagli angeli semplici fino ai serafini. San Bonaventura interpreta questi ordini degli angeli come gradini nell’avvicinamento della creatura a Dio. Così essi possono rappresentare il cammino umano, la salita verso la comunione con Dio. Per san Bonaventura non c’è alcun dubbio: san Francesco d’Assisi apparteneva all’ordine serafico, al supremo ordine, al coro dei serafini, cioè: era puro fuoco di amore. E così avrebbero dovuto essere i francescani. Ma san Bonaventura sapeva bene che questo ultimo grado di avvicinamento a Dio non può essere inserito in un ordinamento giuridico, ma è sempre un dono particolare di Dio. Per questo la struttura dell’Ordine francescano è più modesta, più realista, ma deve, però, aiutare i membri ad avvicinarsi sempre più ad un’esistenza serafica di puro amore. Mercoledì scorso ho parlato su questa sintesi tra realismo sobrio e radicalità evangelica nel pensiero e nell’agire di san Bonaventura.
2. San Bonaventura, però, ha trovato negli scritti dello Preuso-Dionigi un altro elemento, per lui ancora più importante. Mentre per sant’Agostino l’intellectus, il vedere con la ragione ed il cuore, è l’ultima categoria della conoscenza, lo Pseudo-Dionigi fa ancora un altro passo: nella salita verso Dio si può arrivare ad un punto in cui la ragione non vede più. Ma nella notte dell’intelletto l’amore vede ancora – vede quanto rimane inaccessibile per la ragione. L’amore si estende oltre la ragione, vede di più, entra più profondamente nel mistero di Dio. San Bonaventura fu affascinato da questa visione, che s’incontrava con la sua spiritualità francescana. Proprio nella notte oscura della Croce appare tutta la grandezza dell’amore divino; dove la ragione non vede più, vede l’amore. Le parole conclusive del suo “Itinerario della mente in Dio”, ad una lettura superficiale, possono apparire come espressione esagerata di una devozione senza contenuto; lette, invece, alla luce della teologia della Croce di san Bonaventura, esse sono un’espressione limpida e realistica della spiritualità francescana: “Se ora brami sapere come ciò avvenga (cioè la salita verso Dio), interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo studio della lettera; … non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio” (VII, 6). Tutto questo non è anti-intellettuale e non è anti-razionale: suppone il cammino della ragione, ma lo trascende nell’amore del Cristo crocifisso. Con questa trasformazione della mistica dello Pseudo-Dionigi, san Bonaventura si pone agli inizi di una grande corrente mistica, che ha molto elevato e purificato la mente umana: è un vertice nella storia dello spirito umano.
Questa teologia della Croce, nata dall’incontro tra la teologia dello Pseudo-Dionigi e la spiritualità francescana, non ci deve far dimenticare che san Bonaventura condivide con san Francesco d’Assisi anche l’amore per il creato, la gioia per la bellezza della creazione di Dio. Cito su questo punto una frase del primo capitolo dell’”Itinerario”: “Colui… che non vede gli splendori innumerevoli delle creature, è cieco; colui che non si sveglia per le tante voci, è sordo; colui che per tutte queste meraviglie non loda Dio, è muto; colui che da tanti segni non si innalza al primo principio, è stolto” (I, 15). Tutta la creazione parla ad alta voce di Dio, del Dio buono e bello; del suo amore.
Tutta la nostra vita è quindi per san Bonaventura un “itinerario”, un pellegrinaggio – una salita verso Dio. Ma con le nostre sole forze non possiamo salire verso l’altezza di Dio. Dio stesso deve aiutarci, deve “tirarci” in alto. Perciò è necessaria la preghiera. La preghiera - così dice il Santo - è la madre e l’origine della elevazione - “sursum actio”, azione che ci porta in alto - dice Bonaventura. Concludo perciò con la preghiera, con la quale comincia il suo “Itinerario”: “Preghiamo dunque e diciamo al Signore Dio nostro: ‘Conducimi, Signore, nella tua via e io camminerò nella tua verità. Si rallegri il mio cuore nel temere il tuo nome’ ” (I, 1).