ciao!

16 ago 2019

Lc 12,49-53


XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (18/08/2019)


XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (18/08/2019)

Saper discernere il tempo del “fuoco sulla terra”.
diac. Vito Calella

Oggi basta una qualsiasi app “meteo” del nostro smartphone per conoscere con una certa precisione le previsioni del tempo meteorologico e per regolarci sul cosa fare. Siamo abituati a vivere a servizio del tempo atmosferico, ma anche del tempo cronologico, quello dell'orologio. La nostra vita è scandita dalla sequenza delle tante cose da fare, volute, programmate e cronometrate al punto tale che anche la celebrazione eucaristica domenicale viene infelicemente contata in base ai minuti della sua durata. Al tempo di Gesù, come è tipico della cultura rurale, c'era quella sapienza popolare capace di interpretare i segnali dati dalle nuvole e dai venti; si poteva così prevedere quando sarebbe venuta la pioggia o quando ci sarebbe stato un tempo caldo, dovuto al vento di scirocco (Cf. Lc 12, 54-55).
Perché non sappiamo cogliere la pienezza del tempo: il tempo del «fuoco sulla terra»?
Se siamo così dipendenti del tempo meteorologico e cronologico, perché «non siamo in grado di giudicare da noi stessi ciò che è giusto»? (Lc 12,57), cioè l'esistenza di un altro tempo, qualitativamente migliore e più importante delle previsioni meteo e della nostra vita quotidiana suddivisa in ore, minuti e secondi? È il tempo del «fuoco sulla terra» (Lc 12, 49a), inaugurato dalla venuta di Gesù in mezzo a noi, fuoco che dovrebbe incendiare il mondo, conforme il suo profondo desiderio: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12, 49).
Di che fuoco si tratta?
La risposta ci viene dal nostro cammino di fede, «circondati da un gran numero di testimoni» di oggi e di ieri (Eb 12,1a), i quali ci fanno contemplare il dono del nostro essere Corpo di Cristo nel mondo. È il fuoco della nostra unità nella carità, cioè il fuoco della gratuità dell'amore nelle nostre relazioni; è il fuoco della condivisione con chi soffre, il fuoco del perdono, che sa sanare le ferite aperte dei conflitti e delle divisioni; è il fuoco della solidarietà che abbatte muri e pregiudizi. È il fuoco illuminante e riscaldante del Regno di Dio, già presente nelle complesse situazioni della storia umana nel mondo, capace di distruggere con la forza dell'amore gratuito tutto ciò che attorno a noi si rivela come ingiusto, non rispettoso della vita degli altri esseri umani e della natura creata.La “legna” del mistero pasquale di Cristo, custodito nelle Sacre Scritture.
Qual è la legna che alimenta questo fuoco? È Gesù stesso con la sua venuta in mezzo a noi e soprattutto con l'evento della sua morte, sepoltura e risurrezione, da lui chiamato «battesimo»: «C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12, 50). Così come il profeta Geremia fu gettato nel pozzo dell'atrio della prigione per morire affogato, anche Gesù, decisamente in cammino verso Gerusalemme, sapeva che sarebbe andato incontro alla morte violenta, paragonata con l'immersione del battesimo. L'essere battezzato significa essere immerso completamente nell'acqua della sua morte di croce. Geremia ebbe la fortuna di ritrovarsi in una cisterna con poca acqua e molto fango sul fondo. Non morì e poi fu riscattato grazie alla pietà del re e di Ebed Melech, il quale intercedette a suo favore (Ger 38,4-10). Gesù morì di fatto appeso sulla croce: quello fu il suo vero battesimo esistenziale, che dava significato profondo a quello dell'acqua ricevuto da Giovanni Battista. Gesù fu riscattato, risuscitato da morte dal Padre, con la forza dello Spirito Santo. La sua risurrezione è di fatto l'inaugurazione della pienezza del tempo, che oggi custodiamo come tempo del «fuoco sulla terra», cioè il tempo dello Spirito Santo, apparso come «lingue di fuoco» nell'evento di Pentecoste (At 2, 3). La “legna” che alimenta questa pienezza del tempo come «fuoco sulla terra», è la morte, sepoltura e risurrezione di Gesù, che noi definiamo “mistero pasquale di Cristo”, fulcro attorno a cui vorrebbe ruotare tutta la nostra vita di credenti. Uscendo dal bel linguaggio simbolico della legna ardente che genera il fuoco, concretamente la legna corrisponde alla Parola di Dio, soprattutto ai quattro Vangeli e ai libri del Nuovo Testamento, la cui lettura orante ci aiuta ad approfondire sempre più, giorno dopo giorno la rivelazione dell'amore di Dio Padre per noi, manifestato in tutto ciò che Gesù ha detto e fatto. Il nostro incontro quotidiano con la parola di Dio ci aiuta a rinnovare la nostra decisione di avere Gesù al centro del nostro cuore, facendo sempre memoria della sua morte e risurrezione, come ci invita a fare l'ascolto odierno della lettera agli Ebrei: «teniamo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,2).
La pace di Cristo non è il quieto vivere!
Compito di noi cristiani, in questa “pienezza del tempo del fuoco sulla terra” è di perseverare con pazienza e gioia nel testimoniare Gesù Cristo centro della nostra esistenza. Decidersi liberamente ed esplicitamente di vivere nel nome di Cristo Gesù è sempre stata una sfida sia di ieri che di oggi. Chi veramente si lascia guidare dallo Spirito Santo e illuminare dalla Parola di Dio non ha una vita facile. L'incontro sincero con la Parola di Dio, con le proposte radicali di Gesù, scuote la nostra coscienza, ci stimola ad una vita etica coerente con i valori del Regno di Dio. Si: la Parola di Dio prima di tutto rivoluziona nell'intimo la tentazione del nostro quieto vivere e del nostro non «resistere fino al sangue nella nostra lotta contro il peccato» (Eb 12, 4). La stessa lettera agli Ebrei ci ricorda che «la Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore». (Eb 4, 12). È chiaro che, se la Parola di Dio scuote prima di tutto le nostre coscienze, il nostro vivere secondo la Parola del Cristo risorto si può scontrare con resistenze che possono cominciare addirittura dentro di casa, nelle relazioni con le persone più prossime a ciascuno di noi. È questo il senso delle parole di avvertimento di Gesù: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D'ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc 12, 51-52). Il fuoco dell'unità nella carità irradia e ci avvolge in un'esperienza di comunione portatrice di vera pace, ma non tutti si lasciano coinvolgere! «Cristo è la nostra pace» (Ef 2, 14), è colui che è venuto ad annullare ogni tipo di muro di separazione, perché «lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori» (Rm 5,5) è solo artefice di comunione e pace nelle nostre relazioni (Cf. 1Cor 1, 3). Noi stiamo in marcia nel mondo come «artigiani di pace», tuttavia siamo costantemente «perseguitati a causa della giustizia» del Regno di Dio (Mt 5, 9-10). Tutto è già stato ricapitolato in Cristo Signore, secondo il disegno del Padre (Ef 1,10). Lo Spirito Santo è già donato gratuitamente a tutti gli esseri umani; ma c'è da sopportare la lotta contro il nostro e altrui egoismo che continua a ritardare la piena manifestazione della centralità di Cristo nella storia umana e l'incendio della carità nel mondo intero. Coscienti di questa pienezza del tempo dello Spirito Santo, tempo del fuoco sulla terra, «non stanchiamoci perdendoci d'animo, pensando attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità da parte dei peccatori» (Eb 12,3).

12 lug 2019

Il Buon Samaritano


XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)


XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) (14/07/2019)

Quando le regole oscurano la legge di Dio
padre Ermes Ronchi

La straordinaria intelligenza comunicativa di Gesù: svela il cuore profondo inventandosi una storia semplice, che tutti possono capire, i professori come i bambini! Le parabole sono racconti che provengono dalla viva voce di Gesù, è come ascoltare il mormorio della sorgente, il momento iniziale, fresco, sorgivo del vangelo. Rappresentano la punta più alta e geniale, la più rifinita del suo linguaggio, non l'eccezione. Per lui parlare in parabole era la norma (Mc 4,33-34).
Insegnava non per concetti, ma per immagini e racconti, che liberano e non costringono. Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Una delle storie più belle al mondo. Un uomo scendeva, e guai se ci fosse un aggettivo: giudeo o samaritano, giusto o ingiusto, ricco o povero, può essere perfino un disonesto, un brigante anche lui: è l'uomo, ogni uomo! Non sappiamo il suo nome, ma sappiamo il suo dolore: ferito, colpito, terrore e sangue, faccia a terra, da solo non ce la fa. È l'uomo, è un oceano di uomini, di poveri derubati, umiliati, bombardati, naufraghi in mare, sacche di umanità insanguinata per ogni continente.
Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico, sempre. Il sacerdote e il levita, i primi che passano, hanno davanti un dilemma: trasgredire la legge dell'ama il prossimo, oppure quella del sii puro, evitando il contatto col sangue. Scelgono la cosa più comoda e più facile: non toccare, non intervenire, aggirare l'uomo, e... restare puri. Esternamente, almeno. Mentre dentro il cuore si ammala. Toccano le cose di Dio nel tempio, e non toccano la creatura di Dio sulla strada. La loro è solo religione di facciata e non fede che accende la vita e le mani. Il messaggio è forte: gesti e oggetti religiosi, riti e regole “sacri” possono oscurare la legge di Dio, fingere la fede che non c'è, e usarla a piacimento. Può succedere anche a me, se baratto l'anima del vangelo, il suo fuoco, con piccole norme o gesti furbi. Chi fa emergere l'anima profonda, è un eretico, uno straniero, un samaritano in viaggio: lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino.
Sono termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità. La compassione vale più delle regole cultuali o liturgiche (del sacerdote e del levita); più di quelle dottrinali (il samaritano è un eretico); surclassa le leggi etniche (è uno straniero); ignora le distinzioni moralistiche: soccorro chi se lo merita, gli altri no. La divina compassione è così: incondizionata, asimmetrica, unilaterale.
Al centro del Vangelo, una parabola; al centro della parabola, un uomo. E il sogno di un mondo nuovo che distende le sue ali ai primi tre gesti del buon samaritano: lo vide, ebbe compassione, si fece vicino.

28 giu 2019

"Lascia che i morti seppelliscano i loro morti"


XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)


XIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (30/06/2019)

Se scegli Gesù, ti comprometti
don Mario Simula  

Aspetto il mantello che copra la mia povertà, ma che rappresenta la ricchezza di Dio, la sua chiamata indiscutibile, la sua provocazione benevola e amorosa. 
Quel mantello è come la nube che mi avvolge e mi conduce verso sentieri, per me, imprevedibili.
Dio chiama. Gesù chiama. La strada è sempre da scoprire. La vocazione che viene da Gesù, non è un pacchetto pronto che io devo soltanto scartare e vederne il contenuto. La chiamata di Dio è sempre una sorpresa. La devo scoprire nella fatica della ricerca.
Ci è mai capitato di piangere implorando il Signore perché ci aiutasse a comprendere che cosa volesse da noi? Abbiamo spesso chiesto consiglio; ma non sempre abbiamo capito con chiarezza. 
Era necessario il travaglio di chi, guardando se stesso: spirito, anima e corpo, doveva intuire il progetto di Dio. Doveva, come conseguenza, attuare il progetto. Doveva, come atteggiamento di base, amarlo. Anche perché Dio ci aspetta ogni momento per dirci: “Va e cerca, poi ritorna. Tu sai che cosa ho fatto di te”.
Come mi appare luminosa la pagina del Vangelo di Luca! In quella pagina sono descritte le mie resistenze. La prima è l'entusiasmo impulsivo: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Ho messo, però, nel conto che, mentre le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo?”. Se seguo Gesù, so con certezza che seguo la sua fatica, la sua povertà, il suo amore senza confini, il suo dono totale. Non seguo mezze misure, proposte allungate con la mediocrità, binari a scartamento ridotto destinati soltanto ad ospitare i rovi e le piante infestanti.
Seguire Gesù è esaltante proprio per questo. E' esaltante perché non mi da tregua. E' esaltante perché prende tutto di me. Tutto. Non posso mai dirgli: mi riservo una mano, un piede; tanto meno, posso dirgli che mi riservo il cuore. Cosa significherebbe in questo caso seguirlo? 
Il giorno in cui decido di mettere mano all'aratro, non posso più voltarmi indietro perché quell'attimo di egoismo e di distrazione chiudono davanti a me il Regno di Dio. Che cosa mi rimane allora da fare? Devo prendere la ferma decisione di mettermi in cammino per entrare di villaggio in villaggio. 
La meta ultima del cammino è Gerusalemme; ma da ogni punto del mondo fino a Gerusalemme, la strada è disseminata di gente. Di gente povera, di peccatori, di scontenti, di cercatori, di assettati. 
Su tutta questa umanità non devo invocare la punizione e l'ira di Dio. Ma soltanto portare e donare la misericordia infinita di Dio. Come ha fatto Gesù; altrimenti lui si volta verso di me e mi rimprovera. Il suo occhio severo mi basta per comprendere il suo stato d'animo. Gesù continua ad incalzarmi: occorre camminare, sempre camminare verso l'altro villaggio degli uomini. Questa scelta ci appaga, ci apre alla gioia, ci spoglia del nostro superfluo e ci riveste di regalità. La regalità significa servire. Ma come è possibile rispondere a Gesù in modo così totale, così pieno? Nella mia vita ho sempre capito che tutte le volte nelle quali mi sono piegato al giogo della schiavitù della carne in tutte le sue manifestazioni, l'energia profusa è stata tolta a far correre il Vangelo: “Cristo ci ha liberati per la libertà”. 
Vuoi camminare con Lui? Non portare cose che zavorrano il viaggio; sii libero della libertà con la quale Cristo ci ha liberati.
La libertà del cuore che sa amare perché ha messo al centro l'amore per Cristo, la libertà degli occhi che sanno contemplare la bellezza ma non si lasciano mai attirare dalla brama dei beni. La libertà delle mani e del corpo che Dio ci ha donato per accogliere, per donare misericordia, per far sperimentare tenerezza, per abbracciare e stringere, rivivendo i suoi gesti d'amore. Solo l'amore ci mette al servizio. Solo la libertà rende il servizio autentico. Possiamo però dire di essere liberi nel nostro cuore, e liberi nelle nostre comunità se ci “mordiamo e ci divoriamo” a vicenda? Se non abbiamo, almeno, il minimo ritegno di non arrivare alla distruzione reciproca? 
Gesù cammina. Noi camminiamo dietro di Lui. Tutti insieme camminiamo secondo lo Spirito che ci porta su ali d'aquila: Guida sicura, Luce certa per scegliere secondo libertà. Fuoco inestinguibile per dare alla nostra scelta il linguaggio dell'amore. 
Gesù, Tu mi dici: “SEGUIMI!”. Ogni giorno è la stessa storia. Faccio finta di non sentire, cerco di rimandare la risposta, vedo se riesco ad ingannarti dicendoti “Ni”. Credo di essere furbo. Invece, Tu, Gesù, mi aspetti nelle notti della Tua preghiera, quando maturi anche il mio nome prima di pronunciarlo come una chiamata per farmi Tuo discepolo. 
Tu ti prepari Gesù.
Tu preghi a lungo.
Tu ti dibatti nei tuoi interrogativi prima di dirmi: “Percorri il mio stesso cammino, orma su orma”.
Perché, Gesù, faccio ancora, dopo numerosi anni di esperienza con te, tante questioni prima di arrendermi definitivamente al Tuo amore e alla Tua fiducia?
Gesù, è vero che Tu mi assicuri come letto la nuda terra, come cuscino una pietra incerta. Ma è anche vero che Tu mi dici: “Chi ha lasciato padre, madre, fratello, sorella, beni per seguirmi, avrà il centuplo e la vita eterna”. 
Gesù, i beni però li vedo, li tocco, sembrano appartenermi definitivamente. Ma il tuo centuplo e la vita eterna potranno mai diventare oggetto della mia sicurezza?
E' proprio vero, Gesù, che i miei calcoli risuonano stonati nella melodia del tuo cuore. O mi lascio portare da Te lungo i sentieri della libertà che spogliandomi di tutto mi arricchisce di Te, oppure sarò sempre un impiegato all'ultimo gradino della carriera. Una persona grigia. Insignificante. 
Insipida. Mediocre. 
Tu, Gesù, ce lo hai detto con chiarezza: “Chi non è né caldo né freddo io inizierò a vomitarlo dalla mia bocca”. Ma no, Gesù. Io voglio sedere alla Tua mensa, con TE. Io voglio condividere il dramma della Tua passione, della Tua morte. Per arrivare alla gioia incredibile della Risurrezione. Non mi chiedi cose impossibili. Tu mi chiedi soltanto: “Mi ami?”. Alla fine, ti sai sinceramente accontentare delle mie parole: “Gesù, Tu sai che ti voglio bene”. A Te basta questo perché mi dica, con una fiducia senza riserve, “SEGUIMI”.
Itinerante con TE, viandante con TE, samaritano con TE, schiacciato dalla croce con TE, capace di risollevarmi con TE. Gesù, se non comprenderò a fondo che il cammino sei TU, sarò sempre un itinerante imbambolato, mai un discepolo spinto dall'amore, per camminare e camminare e camminare .. .
Piangendo e cantando.

Don Mario Simula