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2 mag 2016

CARLO MARIA MARTINI - LE CONFESSIONI DI PAOLO - SULLA VIA DI DAMASCO


CARLO MARIA MARTINI - LE CONFESSIONI DI PAOLO - SULLA VIA DI DAMASCO

In queste meditazioni sulle confessioni di Paolo procederemo secondo un metodo di alternanza. Dapprima ci fermeremo su un episodio di conversione cercando di ripensarlo e di riviverlo. Nella successiva meditazione, passeremo all'approfondimento dottrinale e spirituale dei temi emersi dall'episodio, così come Paolo li propone nelle sue lettere.
Il primo episodio di conversione è l'avvenimento di Damasco. Infatti se domandassimo a Paolo che si prepara a subire il martirio, quale fatto sia stato determinante per la sua vita, non c'è dubbio che ci risponderebbe: l'incontro di Damasco.
Tutta la vita dell'Apostolo è segnata da quell'evento. È difficile per noi capirlo, perché, in realtà, Paolo stesso comprende solo al momento della morte che cosa abbia significato per lui quell'episodio. Probabilmente anche noi capiremo che cosa è stato il dono del battesimo e dell'ordinazione sacerdotale soltanto al termine del nostro cammino.
D'altra parte, se partire da Damasco è difficile, perché è l'episodio che racchiude tutto e che si può comprendere solo nell'esame delle conversioni successive, tuttavia è certo che per Paolo tutto comincia da lì.
Prima era tutto diverso; dopo tutto sarà diverso.

False interpretazioni
1. Cominciamo ad abbattere innanzitutto alcune idee false che noi ci possiamo fare di questo episodio.
È un racconto talmente trito e ripetuto nella catechesi, nella liturgia, nell'arte - i quadri su Paolo, per lo più, raffigurano il cavallo, la caduta, la luce -, da essere facilmente banalizzato, frainteso, colto riduttivamente, con delle conseguenze gravi per il nostro modo di capire la via di Dio nell'uomo.
- Una prima idea falsa, o incompleta, è di pensare a Damasco solamente nell' ottica di una conversione morale: Paolo era un grande peccatore e, a un certo punto, avendo capito il male che stava facendo, cambia il modo di viverre. La conversione a livello di mutamento etico, che dénota la tenace volontà di Paolo, segna un profondo rivolgimento e un cammino. interiore.
In questa ottica tutto si concentra su ciò che Paolo era, su ciò che fa per cambiare, su ciò che Paolo diviene.
- Un'altra interpretazione riduttiva è quella di pensare a Paolo come all'uomo che cambia bandiera. Uno zelante osservatore della Legge che, a partire da un certo punto in avanti, butta il suo zelo, la sua abilità oratoria, la sua instancabile attività, nel servizio della nuova bandiera di Cristo.
Qui c'è solo cambiamento di oggetto, cambiamento di chiesa: prima serviva la Sinagoga, dopo la Chiesa di Cristo che ha visto come il cammino vincente. Anche nella storia cristiana si ripetono quelle che chiamiamo conversioni e che invece sono cambi di bandiera; alle volte, poi, hanno anche un successivo passaggio ad un terza bandiera.
Si entra nella dinamica in cui il vulcano delle proprie energie, messo su una cosa, si sposta su un'altra che sembra migliore. Di questo passo, va a finire magari che ritorna alla prima, generando inquietudine in tanti che non capiscono più cosa avviene. Non si tratta perciò di una conversione ma semplicemente di un cambio di campo.
Se noi interpretiamo la conversione di Paolo in questo modo, la conseguenza è che applichiamo alla conversione nostra o altrui questi modelli interpretativi, riducendo di molto l'azione di Dio.
2. Cerchiamo inoltre di sbarazzare il campo da ciò pensiamo egli che noi facciamo dire a Paolo o che abbia detto sulla sua conversione.
La prima è proprio la parola « conversione ».
Mi pongo il problema se sia corretto parlare di « conversione di Paolo », anche perché lui non usa mai quel termine per l'evento di Damasco. Forse non abbiamo capito molto di ciò che gli è accaduto: l'abbiamo classificato in un certo modo, riducendolo ad una categoria semplice ma non esaustiva.
Sappiamo che il termine « conversione» è tipico del Nuovo Testamento: oggi, nelle nostre traduzioni, leggiamo « conversione» là dove le traduzioni più antiche, che riflettevano soprattutto la Volgata, parlavano di «penitenza ». C'è stato evidentemente un cambio di linguaggio.
Un tempo il primo annuncio di Gesù riportato in Mc 1, 15 veniva tradotto: «Fate penitenza e credete al Vangelo ». Era un calco del latino paenitemini. Oggi traduciamo « convertitevi ». La parola conversione ha preso più esattamente il posto di « pentitevi » o « fate penitenza».
Nel Nuovo Testamento c'è quindi un vocabolario specifico della conversione che è bene ricordare, perché ci fa capire cose non del tutto esatte.
Il termine «conversione» è tipico della Bibbia in cui si usa il verbo ebraico "sub" che vuol dire "ritornare" .
Conversione è esattamente quella manovra per cui si va in una direzione, a un certo punto ci si blocca e si ritorna indietro.
Nel Nuovo Testamento l'idea del ritorno è espressa soprattutto con due verbi che troviamo nei sinottici e negli Atti: «metanoéin », che significa cambiamento di mentalità; «epistréfo », che più propriamente indica il « ritornare ».
In Mc 1, 15: « Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al V angelo », il vocabolo è « metanoéite ». Mentre in Atti 3, 19 (il secondo discorso di Pietro) troviamo sia « metanoéin »sia «epistréfo »: «Pentitevi, dunque, e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati ». Ritorna la traduzione « pentitevi» per avere una varietà di termini rispetto all'altra «cambiate vita », ma il senso è questo: cambio di mentalità; è il ritorno.
Anche la parola «pentitevi» ha un suo significato preciso; si riferisce sia al dolore interiore per ciò che si è fatto, sia alle forme penitenziali che si assumono come simbolo dell'avvenuto cambiamento. Tutti i vocaboli vanno quindi presi insieme e il tema fondamentale è quello del « ritorno ». Secondo gli Atti degli Apostoli, Paolo stesso usa questo linguaggio quando deve riassumere la sua predicazione: «lo predicavo ai pagani di convertirsi e di rivolgersi a Dio compiendo opere di vera conversione» (At 26, 20); i due verbi sono «metanoéin» ed «epistréfein»; e parla anche di opere di « metanoias ».
Proprio per questo dobbiamo stupirci anche di più che l'Apostolo non abbia mai descritto il proprio evento con la parola «conversione ». Non dice di aver fatto un'azione che definisce con « metanoéin » o con « epistréfein ».
Paolo capiva bene ciò che era una conversione e sapeva che la sua aveva tutte le caratteristiche di una conversione. Tuttavia l'evento da lui vissuto ha avuto modalità più grandi e più profonde. C'è anche da dire che, mentre i sinottici e gli Atti usano di frequente il vocabolario della conversione, Giovanni non lo usa mai. Questo dimostra che ci sono, nel Nuovo Testamento, punti di vista diversi per cogliere la complessità del fenomeno del cammino dell'uomo verso Dio. Giovanni preferisce dire: venire a Gesù, venire a lui, andare a lui. L'idea fondamentale della conversione - che è profondamente biblica - è espressa nel quarto Vangelo in termini di rapporto personale con Gesù, di sequela. Questo è già più vicino alla lettura che Paolo ha fatto della propria conversione.

Il mistero di Damasco
Spianata la strada da interpretazioni false e riduttive, vediamo come l'Apostolo descrive l'evento di Damasco.
La prima sorpresa è che lo descrive poco. Quell'evento fondamentale per lui e da lui sviluppato in tutte le sue lettere, quasi lo tace. È l'episodio che al momento della morte penso abbia in maniera chiara davanti agli occhi; eppure lui, che è così autobiografico, direttamente non ne parla quasi mai. Forse per Paolo ha contato di più l'integrazione di Damasco nella sua vita, come l'ha vissuto e come l'ha riespresso nella teologia.

Quali sono i pochi testi in cui ne parla?
a) Delle grandi lettere, l'unico testo fondamentale in cui descrive l'incontro di Damasco è la lettera ai Galati: «Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani... » (Gal 1, 15-16). I verbi che usa per parlarne sono quattro: mi scelse... mi chiamò... si compiacque di rivelare... perché lo annunziassi. Di questi verbi soltanto il terzo si riferisce direttamente alla conversione. Gli altri collocano la conversione in un quadro di provvidenza: mi scelse, si compiacque, cioè decise, volle rivelare a me. L'esperienza è quindi descritta essenzialmente come rivelazione del Figlio a lui (secondo il testo greco « in » lui) e come missione.
b) In un passo della lettera ai Romani Paolo trasferisce in un quadro di descrizione generale ciò che lui stesso ha sperimentato: «Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rm 8, 29-30).
c) Nella prima lettera ai Corinti c'è un brevissimo accenno, in un contesto polemico: «Non sono forse libero, io? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? » (1 Cor 9, 1): Damasco è stato un.-« vedere il Signore ». E più avanti, nella stessa lettera: «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. lo infatti sono l'infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio» (1 Cor 15, 8-9). Da lui che perseguitava la Chiesa l'evento di Damasco è definito come apparizione « a me indegno ». Ci sono gli elementi di conversione morale; ma il fatto è: Gesù è apparso.
d) C'è un altro passo importante perché, pur non parlando dell'evento, descrive il modo in cui Paolo l'ha vissuto: «Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l'ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della Legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla Legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3, 4-9).
Il prima e il dopo è in termini di possesso e povertà (nuovo possesso di Cristo). Ma la descrizione di tutte le cose che aveva prima ci deve far pensare. Nella lettera ai Corinti ha scritto: «Sono l'infimo» (noi diremmo peccatore); ora si definisce « irreprensibile quanto alla osservanza della legge ». Ecco perché non è facile usare la categoria del peccatore e del bestemmiatore parlando di Paolo.
Se è irreprensibile, che cosa è cambiato? « Quello che poteva essere per me un guadagno l'ho considerato una perdita a motivo di Cristo ». In lui è avvenuta una rivalutazione completa di tutto il suo mondo; ciò che prima considerava importante, ora gli appare zero, non gliene importa più niente. Ciò che prima sarebbe stato per lui irrinunciabile, adesso è diventato spazzatura, perché la conoscenza di Cristo ha assunto un primato assoluto, è la capacità di riempire tutto. L'incontro, la conoscenza, la pienezza di Cristo fa impallidire i suoi giudizi e le sue valutazioni.
e) Un altro testo importante: «E Dio che disse: Rifulga la luce nelle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6). Qui il riferimento è ad ogni apostolo, ma ha una forza particolare se lo applichiamo alla conversione di Paolo. Il Dio della creazione rifulge nel suo cuore e lo illumina per fargli comprendere la ricchezza di Cristo, sua vita.
f) L'ultimo passo è quello che più facilmente ci fa interpretare moralmente la conversione di Paolo. Sarebbe ingiusto trascurarlo, anche se presenta dei problemi dal punto di vista del linguaggio: «Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento» (1 Tim 1, 12-13).
Ma allora, era un bestemmiatore e un violento? Era irreprensibile - come scrive ai Filippesi -, o era un peccatore anche moralmente?
Prosegue: «Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna» (1 Tim 1, 13-16). Ecco tutto l'incomprensibile, ricchissimo mistero di questa conversione.
L'evento di Damasco è dunque molto più complesso di un semplice episodio di una conversione morale, di un cambio di mentalità.
È qualcosa di talmente ricco che dobbiamo accostarci ad esso con grande umiltà e riverenza, convinti che ne capiamo poco, che ne sappiamo poco ma che ne potremo conoscere molto di più per grazia di Dio. Allora capiremo meglio noi stessi, il cammino della nostra vita e le nostre conversioni.

Le domande per noi
Terminiamo facendoci una domanda fondamentale, in consonanza con la meditazione: quando mi sono convertito io? 
C'è nella mia vita un « quando» della conversione, a cui posso fare riferimento come momento storico? Anche se non c'è stato un « quando» temporale, certamente sono avvenuti momenti di cambio, di rivolgimento, di crisi, che ci hanno portato a una nuova comprensione del mistero di Dio.
Se non abbiamo mai realizzato fino in fondo questo cambio di mentalità che è essenziale per la vita cristiana, noi non abbiamo ancora colto che cosa è la novità del cammino cristiano, il ritornare indietro. Se non capisco bene le cose dette su Paolo, probabilmente è difficile che capisca che cosa è avvenuto in me. Mi devo allora affidare alla preghiera e dire così:

Signore, fammi conoscere la mia via. Fa' che, come dice Geremia, io possa mettere nel mio passato dei paletti: «Rivedete le vie del passato, mettete dei paletti di riferimento». Aiutami a capire le tappe del tuo disegno, i momenti di luce e i momenti di ombra, di prova, magari fino al limite della tolleranza. Donami di conoscere a che punto sono in questo cammino e dove mi trovo. Te lo chiedo per Cristo Signore nostro. Amen.