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21 dic 2017

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (24/12/2017)


Il mistero arcano in una notte

padre Gian Franco Scarpitta  

IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) (24/12/2017)

Dio lo aveva scelto per il tramite del profeta Samuele fra i figli di Iesse e lo aveva fatto ungere mentre tornava da una mattinata di pascolo. Questo giovane fulvo di capelli, di bell'aspetto e molto umile e dimesso, diventerà il simbolo della regalità adeguata, sebbene la sua condotta in determinati casi non sia del tutto irreprensibile. Dalla sua stirpe discenderà Giuseppe, il padre putativo di Gesù, come attesta la lunga genealogia riportata nel Vangelo di Matteo. Nella pagina che ci viene proposta oggi la promessa divina di elezione fa ancora più veritiera: mentre Davide, ormai re d'Israele stabilizzato, si premura di costruire una dimora per l'Arca del Signore, Questi gli annuncia che egli stesso procurerà una dimora per sé presso il suo popolo, suscitando dalla sua casa un discendente che avrà valore e portata universale. Nel Cristo infatti Dio realizza la sua dimora in mezzo al popolo. Cristo è il Verbo che “si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi perché noi possiamo vedere la sua gloria”(Gv 1, 14 - 15). Vedendo Cristo si potrà vedere Dio stesso come Padre, essendo egli Immagine del Dio invisibile, primogenito fra tutte le creature”(Col 1, 15) nonché unico Mediatore fra Dio e gli uomini e questo determinerà la definitiva incidenza di Dio nei confronti del suo popolo. Sempre nello stesso Cristo, Verbo Incarnato, Dio infatti realizzerà in pienezza la sua rivelazione e il suo Regno nel quale potranno ritrovarsi ed esultare tutti gli uomini che finalmente saranno “uno in Cristo Gesù”(Gal 3, 28).
Proprio nel mistero della grotta di Betlemme, città originaria del re Davide, si realizza questo grandioso progetto di dimora di Dio fra gli uomini e di regalità privilegiata: qui avverrà infatti l'incarnazione di Dio nel grembo di una Vergine, che pur restando tale sarà resa apportatrice della gioia di tutti gli uomini, che, a partire dai pastori, potranno esultare: “Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace agli uomini di buona volontà”.
Dio, al quale tutto è possibile e che può raggiungere anche quanto per noi è inimmaginabile, entra nel mondo nascendo bambino nell'immacolato grembo di Maria. E' il mistero dell'assunzione dell'umanità da parte della divinità; l'unione cosiddetta “ipostatica” della natura umana e della natura divina in una sola Persona, quella del Verbo. Gesù Cristo in questo mistero è vero Dio e vero uomo, senza che in lui umanità e divinità si confondano o semplicemente si affianchino l'una all'altra. Piuttosto esse si appartengono e armonizzano a vicenda. Un mistero inesplicabile, arcano, che sfugge all'umana comprensione, sul quale hanno dibattuto numerosi teologi e Padri della Chiesa, che trova la sua attuazione dove? Non all'università o al circolo degli intellettuali, ma nel grembo di una giovane donna. In una desolata zona alla periferia di Betlemme, piccola borgata di Efrata. In un alloggio di fortuna fra le sterpaglie e le asperità delle rocce quale è di fatto una grotta. In questo luogo e in una simile situazione si verifica il mistero dell'incarnazione, che consegue alla spoliazione di Dio. Qui infatti Dio spoglia se stesso, facendosi obbediente già come Fanciullo, per poi realizzare l'acme di questa obbedienza nel mistero ancora più esaltante della croce e della resurrezione. Non sarebbe stato sufficiente che Dio si incarnasse nella persona di un soggetto adulto, di un personaggio già sviluppato e affermato? Non poteva Dio apparire nelle vestigia di un eroe o di un uomo eccezionale, come raccontano certi miti e leggende orientali? Sicuramente avrebbe potuto manifestare la sua potenza anche attraverso simili ricorsi straordinari, ma non avrebbe condiviso fino in fondo le ansie i problemi, le difficoltà della nostra natura malata e debilitata. Se Dio si fosse incarnato nella magnificenza e palesando la sua gloria indefinita, non avrebbe potuto condividere con noi angosce, debolezze, sopraffazioni da parte di altri, sacrifici e difficoltà che sono proporzionate ad ogni età e ad ogni condizione sociale. Sarebbe comunque rimasto il Dio “distaccato” e non pienamente comunicativo. Invece Dio ha voluto nascere Bambino indifeso perché tutto nulla di ciò che umano gli fosse estraneo, fatta eccezione per il peccato.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica sottolinea che l'obiettivo dell'incarnazione è la redenzione umana e in effetti è proprio per redimere e portare tutti a salvezza che il Figlio di Dio porterà a compimento questo mistero nella vita pubblica e soprattutto nella morte di croce: si è incarnato non perché avesse necessità egli stesso di riscattarci ma perché la nostra natura peccaminosa e perversa potesse essere risollevata. Ciò tuttavia non senza che di essa venisse compartita ogni ansia e ogni pena, soprattutto nelle condizioni di estrema indigenza e povertà. Il Natale è ormai quindi alle porte come evento che ci raccoglie tutti nella celebrazione del mistero per noi inverosimile ma del tutto possibile a Dio di amare l'uomo fino all'estremità di un atto straordinario quale il farsi uomo egli stesso. Anzi Bambino.