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18 dic 2017

NATALE: UNA GRATA DIPENDENZA DA CRISTO - DELL’ARCIVESCOVO DI CANTERBURY ROWAN WILLIAMS (2011)


NATALE: UNA GRATA DIPENDENZA DA CRISTO - DELL’ARCIVESCOVO DI CANTERBURY ROWAN WILLIAMS (2011)

Il messaggio per i lettori di 30Giorni di sua grazia Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury

L’arcivescovo Rowan Williams mostra a Benedetto XVI la miniatura dell’Albero di Jesse, nella Bibbia di Lambeth, al termine del loro incontro al Lambeth Palace, a Londra, il 17 settembre 2010 [© Osservatore Romano]
Si parla molto oggi di quanti preferiscono “spiritualità” a “religione”. E la maggior parte di noi qualcosa capisce di quel che significa questa posizione. Rappresenta una rivolta contro l’idea che noi esseri umani siamo salvati o trasfigurati solo dall’aderire alla vita di una istituzione e a un insieme di affermazioni o di teorie.
Ma in questo modo c’è il pericolo di ridurre la fede a una serie di esperienze che ci fanno sentir meglio, con la conseguenza che non ci sarebbe alcuna verità universale, nessuna rivoluzione nella vita degli uomini che salvi una volta per tutte, solo un succedersi di esperimenti “spirituali”, che amplia la nostra sensibilità, ma non ci porta dentro un mondo nuovo. In certo qual modo abbiamo bisogno di un linguaggio che ci possa condurre oltre l’inutile polarizzazione fra questi due termini, un linguaggio di nuova creazione e una pratica di vita nuova con nuove relazioni.
Parlare con verità della Chiesa è, in questo senso, andare oltre sia la religione che la spiritualità. La Chiesa non esiste per procurare fantastiche esperienze (di modo che tu possa abbandonarla quando quelle esperienze si esauriscono); la Chiesa non è neppure un’istituzione con regole e convinzioni condivise.
La Chiesa è la condizione dell’essere uno con Gesù Cristo, cioè il dono di essere liberi di pregare la Sua preghiera e di condividere la Sua vita, di respirare il Suo respiro.
E noi celebriamo il Natale perché questa nuova condizione di vita dipende assolutamente e unicamente dal fatto che un bambino è nato duemila anni fa in Medio Oriente. Non dipende dal positivo sviluppo di nuove tecniche che ci aiutino a sentirci meglio; non dipende neppure dalla rivelazione di un insieme di teoremi. Comincia con un bambino indifeso che ancora non parla; perché è in relazione a quella fragile vita di uomo che ogni essere umano troverà in ultima analisi il suo vero destino.
In confronto sia con il fascino di esperienze emozionanti, sia con la sicurezza di convinzioni incrollabili, di per sé questo può apparire piuttosto fragile. Eppure, in quanto colloca la vera fonte della vita e della speranza completamente al di fuori dell’ambito dello sforzo e dell’organizzazione umani, ci sfida a confidare in un fondamento che è senza paragone più stabile e meno mutevole: l’agire e la promessa di Dio, il Verbo di Dio che fa sì che la vita divina viva nella vita della creazione e soprattutto nella vita di questo bambino appena nato.
Il contrasto fra una vita di relazione nella comunione del Corpo di Cristo e l’ambito tanto della “spiritualità” quanto della “religione” era stato risolto già millesettecento anni fa da sant’Agostino quando scrisse le Confessioni. Egli descrive le sue avventure “spirituali”, prima entro un’organizzazione ereticale con ben definiti dogmi che non gradiva alcuna verifica intellettuale, poi come uno specialista di meditazione e di una sorta di misticismo. Ed egli ci parla in modo commovente della frustrazione profonda che ha avvertito, intravvedendo da lontano il regno della verità e della pace eterna.
Ma dice che il problema sottostante era che in tutto questo egli non si era mai liberato dell’ossessione del suo io, del suo orgoglio. «Non ero ancora umile abbastanza per riconoscere l’umile Gesù Cristo come mio Maestro», dice. E, in una delle immagini più grandiose della sua intera opera, egli parla di come Cristo, venendo in mezzo a noi nella carne, ci trattiene dal fare passi presuntuosi alla scoperta della verità in base ai soli nostri sforzi. Siamo fermati all’improvviso nel nostro percorso «poiché vediamo ai nostri piedi una divinità debole, fattasi debole col condividere il “vestito di pelle” che indossiamo. Esausti, ci gettiamo su questa fragile vita divina cosicché quando essa si risolleverà anche noi ci risolleveremo» (Confessioni VII, 18, 24).
Dimenticando aspirazioni spirituali e correttezza religiosa, siamo invitati dal vangelo del Natale semplicemente a fare questo: a lasciarci cadere, nella nostra umana stanchezza, sulla terra dell’amore divino, amore divino fattosi indifeso e fragile in modo da poter mettere in crisi la nostra vana fiducia in noi stessi. Così rinnovati, contro ogni presumibile aspettativa, ci solleviamo alla vita della grata dipendenza da Cristo e dell’uno dall’altro, alla comunione del mutuo dono senza fine. 

+ Rowan Canterbury
Lambeth Palace, Londra Natale 2011

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