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28 dic 2017

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO B) (31/12/2017)


Il luogo dove si insegna e dove si apprende

padre Gian Franco Scarpitta  

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO B) (31/12/2017)

Si è riflettuto su come il Figlio di Dio Bambino, accudito e trastullato in quello speco improvvisato come alloggio di fortuna, diventi immediatamente oggetto di attenzione da parte di tutti. Nel suo silenzio e nel suo giacere dimesso e innocente, accoglie persone di varie culture ed estrazioni, creando comunione e ispirando le condizioni per un convivenza di pace e di giustizia che fonda l'amore. La missione del Verbo incarnato avrà il suo specifico inizio, effettivamente, nella famosa esortazione: “Il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo”, ma già la presenza stessa nelle vesti del Fanciullo giacente a Betlemme è allusiva di evangelizzazione e di salvezza. Ancor prima che pastori, Magi e altre persone convenute, destinatari privilegiati dell'annuncio del Salvatore sono proprio coloro che gli stanno accanto: i genitori che, mentre lo assistono, concepiscono che a loro si dischiude una non facile missione di educatori che dovrà essere svolta fra varie intemperie e difficoltà. Nello stesso tempo però, in forza della fede nel Divino Fanciullo che essi sanno essere il Messia prefigurato e atteso, si sentono di dover apprendere da lui. Maria e Giuseppe apprendono da Gesù e Gesù decide di apprendere da loro. Anche in episodi successivi i due giovani genitori si troveranno ad imparare da Gesù, man mano che Giuseppe lo addestra all'umile mestiere di artigiano e Maria lo accudisce formandolo alla vita, come ad esempio nella circostanza del famoso viaggio al tempio di Gerusalemme, dove si trovano ad ansimare per tre giorni non trovando il bambino con sé nella carovana. Apprendono che lui “deve occuparsi delle cose del Padre suo” e che era necessario che si soffermasse nel tempio ad interrogare i dottori. Allo stesso tempo apprendono che il Fanciullo indica loro la profondità della Scrittura e della Dottrina medesima. Marie e Giuseppe non esercitano un regime imperioso e autoritario sul loro Fanciullo e non si ergono con altezzosità di sapienti impeccabili nei suoi confronti, anche se da parte loro non manca la premura di una crescita umana sana e completa di ogni risorsa. Essi favoriscono in lui anche la creatività, la libertà di espressione, l'intraprendenza e seppure è vero che Gesù resta sempre a loro sottomesso, è anche vero che essi si lasciano formare e condurre da lui. Non soltanto nella consapevolezza che si tratta del Dio fatto uomo Sapienza infinta del Padre, ma anche nell'obiettività degli atteggiamenti adeguati da assumere: la pedagogia da impartire, non senza lezioni da imparare dal loro figlio. La correzione da apportare, non senza l'umiltà di mettersi in discussione essi stessi. Emerge allora l'espressione ideale della famiglia nella quale vige il dialogo e il sereno confronto e dove sia i genitori si sentono al sicuro dalle probabili devianze dei figli e allo stesso tempo anche i figli si sentono sicuri e certi di poter confidare tutto a mamma e papà. La famiglia ideale nella quale, quando emergano problemi, difficoltà, tensioni, i genitori non siano gli ultimi ad essere messi al corrente e neppure una sola delle due parti venga resa oggetto di confidenza dal figlio, ma nella quale sia il padre che la madre possano immediatamente essere resi partecipi di qualsiasi cosa li riguardi. Certamente, specialmente nelle famiglie odierne, non sempre è facile gestire il dialogo da parte dei genitori e non sempre è facile ottenere che i giovani prestino ascolto ed interesse, e non di rado si lamentano anche mancati traguardi raggiunti da parte dei genitori. Si prova sconforto e delusione nel riscontrare che, nonostante premure e attenzioni, i ragazzi intraprendono percorsi del tutto differenti, se non opposti, a quelli che i papà e mamma si sarebbero aspettati. Ci si domanda da parte loro: “Dove ho sbagliato?”, “Cosa avrei dovuto fare?” In realtà non si tratta di fallimenti o di incompetenze, e spesso neppure di errori o disattenzioni: in realtà nessuno sbaglia quando agisce nell'ottica del vero amore. Occorre semplicemente accettare che non sempre i frutti sono quelli che speravamo e che determinati obiettivi non i raggiungono immediatamente, ma solo dopo parecchio tempo. Forse a raccogliere non saremo neppure noi, ma qualcun altro. Ciò soprattutto per la complicità di un sistema che oggigiorno è del tutto avverso ai valori e si configura spesso come estremamente deviante per tanti ragazzi, sedotti da tantissime attrazioni, sempre più incontentabili.
Scrive poi Zig Zaglar: “Occorre distinguere la punizione dalla disciplina. La punizione è ciò che fai a qualcuno, la disciplina è ciò che si fa per qualcuno”. Talvolta la punizione può essere necessaria, ma ai fini di poterla evitare è indispensabile disciplinare i nostri discendi, inculcare loro l'idea del limite, della misura e della moderazione affinché non si lascino abbindolare. Non è fuori luogo poi la formazione progressiva alla rinuncia e al sacrificio. Ciò non senza considerare, in ogni caso, che i figli hanno anch'essi molto da insegnarci, oltretutto perché capaci oggigiorno di critica e di discernimento, seppure non sempre condivisibile. I giovani hanno idee e pensieri da comunicare e da parte degli adulti non si può mai presumere di essere solo in grado di insegnare. Occorre disporsi anche ad ascoltare, assimilare e anche apprendere dai giovani, che tante volte (mia esperienza personale) ci richiamano all'attenzione con le loro osservazioni e con i loro atteggiamenti. In definitiva occorre dialogo, accompagnamento, comprensione, mentre imposizioni e coercizioni non raggiungono certo gli obiettivi sperati. Questa è l'ispirazione attualissima della Famiglia di Nazareth che ravviva ulteriormente in noi l'atmosfera del Natale. Vale la pena, nell'ambito della riflessione sui rapporti fra genitori e figli, riflettere su un brano di un autore inglese dal titolo: “Father Forget” (Il padre dimentica) di Livingstone Larned, che sono solito leggere alla conclusione delle celebrazioni delle liturgie di Prima Comunione. Non credo sia fuori luogo riportarlo adesso per intero:
“Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere la biblioteca, un'ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto.
E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.
A colazione, anche lì ti ho trovato in difetto hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao papino!” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!”
E tutto è ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me. Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura.
Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell'offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l'interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corse verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l'affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale.
Be', figlio, è stato subito dopo che mi è scivolato di mano il giornale e mi ha preso un'angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando trovare colpe, a sgridare; è questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino, non un adulto? Non che non rivolessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mie età.
E c'era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! Il tuo piccolo cuore così grande come l'alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient'altro per stanotte, figliolo. Solo che son venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.
È una misera riparazione, lo so che non capiresti questo cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per te un vero papà. Ti sarò compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “è ancora un bambino, un ragazzino!”
Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire se sei ancora un bambino. Nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.”