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6 apr 2018

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO B) (08/04/2018)


Resistenza al dubbio

padre Gian Franco Scarpitta  

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO B) (08/04/2018)

La liturgia seguita a illustrarci il mistero della Pasqua e lo fa ponendo alla nostra attenzione da un lato l'organizzazione della prima comunità apostolica man mano che prosegue nella sua missione di annuncio di Gesù Risorto, dall'altro le varie apparizioni di Gesù o altro pertinente il seguito della Resurrezione. Il libro degli Atti degli Apostoli illustra infatti quella che è la “parresia”, cioè il coragggio e lo zelo ministeriale degli inviati di Gesù, che fedeli al suo mandato partendo da Gerusalemme testimoniano a quanta più gente possibile il fatto della Resurrezione del Signore. Prima della fuoriuscita dal sepolcro il centro dell'annuncio era il Regno e il messaggio era indiretto: si svolgeva attraverso logia, parabole e segni miracolistici. Dopo la resurrezione il messaggio cristiano diffuso dagli apostoli è invece esplicito (Cristologia esplicita) e ha come oggetto iniziale l'evento che diventerà il principale dogma della nostra fede: Gesù è risorto. Gli apostoli annunciano questa verità soprattutto dichiarandosi testimoni di questo avvenimento e parlandone con zelo e convinzione, entusiasmando quanti li ascoltano e incorporando sempre più gente al loro seguito. Intanto la comunità dei discepoli di Cristo, man mano che cresce di numero, si imposta nella comunione e nell'armonia dei suoi membri. Viene descritta come una famiglia nella quale tutti trovano tutto, dove ciascuno si rende propenso alle necessità degli altri soprattutto nella prassi di quello che oggi negli Istituti religiosi si definisce “voto di povertà”. Gli apostoli non considerano proprietà personale quanto possiedono, non trattengono per se gli averi di cui si appropriano a motivo di lavoro, regalo o eredità, ma ogni cosa viene acquistato per la comunità. Tutto insomma viene messo a disposizione di tutti e a ciascuno viene distribuito non “in parti uguali” ma, cosa legittima e necessaria, secondo il bisogno oggettivo. Tenendo conto cioè delle esigenze personali e irrinunciabili di ciascuno. Proprio la comunione contribuisce all'efficacia dell'annuncio, perché accresce il rigore della testimonianza. I discepoli si rendono credibili perché nella loro vita comune rendono manifesta la presenza del Cristo Risorto. Oggi le nostre comunità parrocchiali sono lontane dalla trasparenza del Cristo sotto questo particolare aspetto della comunione e della convivialità. Durante le Messe domenicali, soprattutto nelle chiese dei grossi centri cittadini, vi è comune sovraffollamento di fedeli provenienti da diverse parti. Ci si considera quasi estranei e sconosciuti seppure ci si stringe la mano allo scambio della pace e uscendo dalla chiesa ci si saluta solo fra conoscenti. Tempo fa mi trovai in una chiesa romana per sostare in preghiera davanti al Santissimo Sacramento esposto mentre tanta gente era seduta attorno a me anch'essa in orazione. Quando mi alzai per imboccare la porta di uscita dimenticai sul banco due lettere affrancate che avrei dovuto spedire. Non le trovai più e dovetti ristamparle. Nessuno fra tutti i presenti in chiesa mi aveva avvisato che uscendo stavo lasciando quelle lettere! Totale indifferenza, che mi ha fatto riflettere sulla differenza abissale fra le nostre comunità e i gruppi dei primi cristiani. Forse la comunione si sperimenta meglio nelle piccole comunità o forse ci siamo assuefatti alla dispersione e al sovraffollamento, fatto sta che se recuperassimo il sentire di comunione e di condivisione proprio dei primi cristiani, probabilmente avremmo anche oggi un maggior numero di conversioni alla nostra fede.
Mentre osserviamo tuttavia la novità dell'impostazione delle comunità ecclesiali dei primi tempi, Gesù appunto per invitarci alla comunione e alla solidarietà nella condivisione, si manifesta come il Risorto e tende a sensibilizzare la nostra fede. Questa è per l'appunto la chiave di volta per la soluzione delle lacune suddette e di quelle d'altro tipo. La fede, cioè il “fondamento delle cose che si sperano e la prova di quelle che non si vedono”, per la quale non solamente noi crediamo ma siamo certi e ci affidiamo. La fede ci induce a vedere ciò di cui i sensi non ci rendono capaci, ci invita a superare le apparenze e ad accettare ciò che non è immediatamente esperibile. Questo si chiede allo scettico Tommaso, che si ostina a non credere senza percezione sensoriale tattica. Non si rimprovera a Tommaso di essere stato colto dal dubbio, perché in effetti dubitare è legittimo e non vi è esperienza di vita spiritale che abbia esulato da perplessità e dubbi. Ciò che si rimprovera è la persistenza nel dubbio, l'ostinazione a non credere nonostante la testimonianza degli altri apostoli, la pertinacia nella preclusione alla verità finché questa non si mostra come empirica e sperimentale. Il dubbio a volte mette alla prova la nostra fede, ma occorre sempre affrontarlo, confrontarsi, cercare e soprattutto pregare perché non ci prevarichi e non l'abbia vinta sulla fede. Dubitare è umano, alimentare il dubbio è diabolico. Se la fede, come afferma Paolo, deriva dall'annuncio. va posta fiducia in chi ci sta annunciando il mistero. Nel caso di Tommaso nelle ministerialità dei discepoli che gli riferiscono della visita di Gesù. Non avrebbe dovuto obiettare, così come non dovremmo noi obiettare di fronte all'annuncio che Cristo ci rivolge per messo dei Vangeli e della Chiesa. L'episodio di Tommaso ha una certa analogia con l'incontro fra Gesù e Natanaele (Gv 1, 50), che sulle prime rifiuta di credere alla testimonianza di Filippo (“Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?”) e poi si meraviglia quando Gesù gli rivela che lo aveva visto sotto un fico ancor prima che Filippo lo chiamasse. Natanaele passa da uno stato di totale preclusione a una fede immensa in virtù di una straordinaria capacità sensoriale di Gesù. E non è l'unica analogia di miscredenza che i vangeli ci descrivono visto che anche Pietro esita a credere che colui che cammina sulle acque sia proprio Gesù, anche quando discende dalla barca per camminare sui flutti; come pure i discepoli, una volta risorto Gesù, credono di vedere un fantasma. Il vero colpevole di questa reticenza nella fede è l'istiano alla verificabilità, la volontà di prove e di certezze immediate da cui nessuno è esentato. Che tuttavia non giustifica il lassismo o la resa, ma invita alla resistenza al dubbio.
La liturgia seguita a illustrarci il mistero della Pasqua e lo fa ponendo alla nostra attenzione da un lato l'organizzazione della prima comunità apostolica man mano che prosegue nella sua missione di annuncio di Gesù Risorto, dall'altro le varie apparizioni di Gesù o altro pertinente il seguito della Resurrezione. Il libro degli Atti degli Apostoli illustra infatti quella che è la “parresia”, cioè il coragggio e lo zelo ministeriale degli inviati di Gesù, che fedeli al suo mandato partendo da Gerusalemme testimoniano a quanta più gente possibile il fatto della Resurrezione del Signore. Prima della fuoriuscita dal sepolcro il centro dell'annuncio era il Regno e il messaggio era indiretto: si svolgeva attraverso logia, parabole e segni miracolistici. Dopo la resurrezione il messaggio cristiano diffuso dagli apostoli è invece esplicito (Cristologia esplicita) e ha come oggetto iniziale l'evento che diventerà il principale dogma della nostra fede: Gesù è risorto. Gli apostoli annunciano questa verità soprattutto dichiarandosi testimoni di questo avvenimento e parlandone con zelo e convinzione, entusiasmando quanti li ascoltano e incorporando sempre più gente al loro seguito. Intanto la comunità dei discepoli di Cristo, man mano che cresce di numero, si imposta nella comunione e nell'armonia dei suoi membri. Viene descritta come una famiglia nella quale tutti trovano tutto, dove ciascuno si rende propenso alle necessità degli altri soprattutto nella prassi di quello che oggi negli Istituti religiosi si definisce “voto di povertà”. Gli apostoli non considerano proprietà personale quanto possiedono, non trattengono per se gli averi di cui si appropriano a motivo di lavoro, regalo o eredità, ma ogni cosa viene acquistato per la comunità. Tutto insomma viene messo a disposizione di tutti e a ciascuno viene distribuito non “in parti uguali” ma, cosa legittima e necessaria, secondo il bisogno oggettivo. Tenendo conto cioè delle esigenze personali e irrinunciabili di ciascuno. Proprio la comunione contribuisce all'efficacia dell'annuncio, perché accresce il rigore della testimonianza. I discepoli si rendono credibili perché nella loro vita comune rendono manifesta la presenza del Cristo Risorto. Oggi le nostre comunità parrocchiali sono lontane dalla trasparenza del Cristo sotto questo particolare aspetto della comunione e della convivialità. Durante le Messe domenicali, soprattutto nelle chiese dei grossi centri cittadini, vi è comune sovraffollamento di fedeli provenienti da diverse parti. Ci si considera quasi estranei e sconosciuti seppure ci si stringe la mano allo scambio della pace e uscendo dalla chiesa ci si saluta solo fra conoscenti. Tempo fa mi trovai in una chiesa romana per sostare in preghiera davanti al Santissimo Sacramento esposto mentre tanta gente era seduta attorno a me anch'essa in orazione. Quando mi alzai per imboccare la porta di uscita dimenticai sul banco due lettere affrancate che avrei dovuto spedire. Non le trovai più e dovetti ristamparle. Nessuno fra tutti i presenti in chiesa mi aveva avvisato che uscendo stavo lasciando quelle lettere! Totale indifferenza, che mi ha fatto riflettere sulla differenza abissale fra le nostre comunità e i gruppi dei primi cristiani. Forse la comunione si sperimenta meglio nelle piccole comunità o forse ci siamo assuefatti alla dispersione e al sovraffollamento, fatto sta che se recuperassimo il sentire di comunione e di condivisione proprio dei primi cristiani, probabilmente avremmo anche oggi un maggior numero di conversioni alla nostra fede.
Mentre osserviamo tuttavia la novità dell'impostazione delle comunità ecclesiali dei primi tempi, Gesù appunto per invitarci alla comunione e alla solidarietà nella condivisione, si manifesta come il Risorto e tende a sensibilizzare la nostra fede. Questa è per l'appunto la chiave di volta per la soluzione delle lacune suddette e di quelle d'altro tipo. La fede, cioè il “fondamento delle cose che si sperano e la prova di quelle che non si vedono”, per la quale non solamente noi crediamo ma siamo certi e ci affidiamo. La fede ci induce a vedere ciò di cui i sensi non ci rendono capaci, ci invita a superare le apparenze e ad accettare ciò che non è immediatamente esperibile. Questo si chiede allo scettico Tommaso, che si ostina a non credere senza percezione sensoriale tattica. Non si rimprovera a Tommaso di essere stato colto dal dubbio, perché in effetti dubitare è legittimo e non vi è esperienza di vita spiritale che abbia esulato da perplessità e dubbi. Ciò che si rimprovera è la persistenza nel dubbio, l'ostinazione a non credere nonostante la testimonianza degli altri apostoli, la pertinacia nella preclusione alla verità finché questa non si mostra come empirica e sperimentale. Il dubbio a volte mette alla prova la nostra fede, ma occorre sempre affrontarlo, confrontarsi, cercare e soprattutto pregare perché non ci prevarichi e non l'abbia vinta sulla fede. Dubitare è umano, alimentare il dubbio è diabolico. Se la fede, come afferma Paolo, deriva dall'annuncio. va posta fiducia in chi ci sta annunciando il mistero. Nel caso di Tommaso nelle ministerialità dei discepoli che gli riferiscono della visita di Gesù. Non avrebbe dovuto obiettare, così come non dovremmo noi obiettare di fronte all'annuncio che Cristo ci rivolge per messo dei Vangeli e della Chiesa. L'episodio di Tommaso ha una certa analogia con l'incontro fra Gesù e Natanaele (Gv 1, 50), che sulle prime rifiuta di credere alla testimonianza di Filippo (“Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?”) e poi si meraviglia quando Gesù gli rivela che lo aveva visto sotto un fico ancor prima che Filippo lo chiamasse. Natanaele passa da uno stato di totale preclusione a una fede immensa in virtù di una straordinaria capacità sensoriale di Gesù. E non è l'unica analogia di miscredenza che i vangeli ci descrivono visto che anche Pietro esita a credere che colui che cammina sulle acque sia proprio Gesù, anche quando discende dalla barca per camminare sui flutti; come pure i discepoli, una volta risorto Gesù, credono di vedere un fantasma. Il vero colpevole di questa reticenza nella fede è l'istiano alla verificabilità, la volontà di prove e di certezze immediate da cui nessuno è esentato. Che tuttavia non giustifica il lassismo o la resa, ma invita alla resistenza al dubbio.

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