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20 apr 2018

OMELIA IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO B) (22/04/2018)


Il Risorto Pastore e Guaritore

padre Gian Franco Scarpitta  

IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO B) (22/04/2018)

Gesù Risorto è vivo ed è guaritore, come lo era prima ancora di subire la condanna capitale. Anzi, ad avvalorare gli atti miracolistici di guarigione è proprio il fulgore della sua gloria da Risorto, che si manifesta nella gioia e nello zelo operativo degli apostoli. Questi, mentre si rendono strumenti visibili della sua presenza invisibile che risana e risolleva, non mancano al contempo di testimoniare con il loro stesso zelo e con la parola che davvero lui è risorto, a dispetto di tutti coloro che lo avevano condannato al sepolcro. Pietro e Giovanni si trovano in una comunissima circostanza quando intervengono di loro iniziativa sullo storpio che giace alla porta detta Bella del tempio di Gerusalemme. Vi si avviano infatti per la preghiera, rituale delle loro consuetudini, ma trovandosi di fronte questo soggetto sfortunato e miserabile non possono fare a meno di richiamare essi stessi la sua attenzione: “Guarda verso di noi”. E avviene la sua guarigione “nel nome di Gesù Cristo il Nazareno”, che somiglia molto a quella operata da Gesù sul paralitico al quale aveva rimesso anche i peccati (Mt 9, 2 - 8) e ad altri eventi prodigiosi consimili. Gesù nella loro persona continua a sanare gli infermi, ma ciò che è più allusivo e sorprendente è che in tutto questo egli continua a manifestare e ad affermare se stesso, questa volta come il Signore della vita che comunica la vita sconfiggendo le malattie. Gesù, che era “pietra scartata dai costruttori”, risorgendo si è mostrato a tutti pietra fondamentale sulla quale si erige l'intero edificio. Su Cristo si edifica l'intera Chiesa e per ciò stesso l'intera vita dell'uomo, egli è il centro e la motivazione fondamentale del vivere e del sussistere, e questo lo ha espressamente proclamato con il suo passaggio dalla morte alla vita. Ovviamente la guarigione non comporta soltanto il superamento di un malessere fisico, ma soprattutto il recupero della dignità di una persona, il suo sollievo e il suo riscatto e per questo viene risanato anche il morbo del peccato. Non soltanto il peccato dello storpio o di colui che è destinatario di ogni guarigione fisica, ma anche di chi è consuetamente indifferente e lontano dal vero Dio. Pietro, che come si è detto non poteva fare a meno di intervenire spontaneamente sul paralitico, non può neppure esimersi dal proclamare agli increduli Giudei che la sua guarigione è stata opera di quel Gesù che loro avevano appeso alla croce e che adesso da Risorto e da vivente chiama anche loro a non vagare nelle oscurità del peccato e della morte, ma a conformarsi alla vita. La guarigione singolare di un infermo non è un evento circoscritto o limitato a una sola persona, ma dilata la sua portata di salvezza a tutti coloro che si prestano all'attenzione del Dio fatto uomo, morto e risorto per tutti.
La conversione e la fede saranno il risultato delle parole esplicative di Pietro e condurranno parecchi dei Giudei alla salvezza e per estensione coinvolgeranno sempre più persone al seguito del vero Dio fatto uomo.
Gesù risorto è vivo e oltre che guaritore è anche Pastore universale, che a differenza di un mercenario, pagato appositamente per vegliare su un gregge che non gli appartiene, conosce ciascuna delle sue pecore e verso ciascuna rivolge la propria attenzione. Che un pastore insaturi reciproca fiducia e conoscenza con i propri capi di bestiame sembrerebbe inverosimile. Ma Gesù si mostra talmente provvido e solidale da ottenere la confidenza piena delle sue pecorelle, che lo seguono in quanto lui cammina con loro. Gesù Pastore accompagna le sue pecore e allo stesso tempi le dirige, conducendole per liti sicuri ed evitando loro trappole e imboscate e lo fa sempre in qualità di Signore Risorto che per le pecore ha dato la vita qualificandosi egli stesso come vittima (agnello) immolato. Gesù è pastore certamente perché è maestro, ma lo è ancor di più perché si è reso egli stesso pecora, anzi agnello indifeso e innocente che per noi pecore ha dato il proprio sangue.
Seguire Gesù per noi è possibile solamente se ci riconosciamo tutti quanti delle “pecore”, vale a dire se ci disponiamo alla sensibilità e alla fiducia di chi segue senza obiezioni e reticenze. Non che ci si chieda di essere ingenui, insensati, privi di debita prudenza: a differenza delle pecore il credente in Cristo è un uomo creativo, dedicato, consapevole e non acritico. E' indispensabile tuttavia che ci liberiamo da tutto ciò che in noi stessi ci è di ostacolo all'esercizio della fede pura e incondizionata, il che equivale a dire che ci armiamo di umiltà e buona volontà. E del resto essere umili non deprezza l'intelligenza e la libera intraprendenza: proprio perché l'umiltà è anticamera della fede predispone ad elevare intelletto e razionalità facendo rilevare che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”(Pascal). Essere pecore vuol dire essere umili e ben disposte alla sequela libera e incondizionata, a fare affidamento a Cristo che a sua volta si è fatto modello del gregge e che nella Chiesa si identifica come nostro Pastore, guaritore nella forma invisibile, nonostante le riprovevoli aberrazioni di cui oggigiorno si macchiano non pochi suoi ministri visibili.
Proprio il fenomeno di incresciosi fatti di cronaca che hanno come protagonisti esponenti del clero rischiano ai nostri giorni di offuscare il vero volto della Chiesa istituzione nella quale agisce il solo Cristo Pastore e vero Guaritore; rivoltanti fatti di cronaca causati da sacerdoti e ministri stanno confondendo e disperdendo il popolo di Dio, creando situazioni di imbarazzo e di smarrimento e insinuando il dubbio che si stia rovesciando la posizione delle pecore e dei pastori: si corre il rischio che questi ultimi debbano essere redenti dalle prime. Ma in tutto questo occorre non distogliere lo sguardo dall'unico Cristo, che è il vero Maestro e autore e perfezionatore della fede (Eb 12, 2).

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