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15 mag 2018

ATTI DEGLI APOSTOLI 21,1-25,12 - LA PASSIONE DI PAOLO


ATTI DEGLI APOSTOLI 21,1-25,12 - LA PASSIONE DI PAOLO

Usiamo la parola Passione  per aiutare a leggere l’intera sezione. Luca, nei primi 16 versetti, pone in evidenza come nel discepolo si rifletta la passione di Gesù. 
Nel Vangelo vi sono tre solenni annunci della Passione di Gesù, e qui Luca ne presenta tre che annunziano quella di Paolo. 
Il primo l’abbiamo già letto nel discorso di addio agli anziani di Efeso: «Lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che catene e tribolazioni mi attendono» (20,23). 
Durante il viaggio tra Mileto e Cesarea evidenziamo la sosta a Tiro. Qui i cristiani che li accolsero erano già stati avvisati dallo Spirito Santo e perciò dicono a Paolo “di non salire a Gerusalemme”. È logico che Paolo non accetti. “Allora ci accompagnarono verso la nave e, giunti sulla spiaggia ci inginocchiammo e pregammo”. Luca usa il noi perché è presente. “Giunti a Cesarea ci restammo sette giorni, nella casa di Filippo, uno dei sette” (6,5).
Ma ecco che dopo alcuni giorni giunse dalla Giudea un profeta di nome Agabo. Questi prese la cintura di Paolo, si legò mani e piedi e disse: «Così dice lo Spirito Santo: in questo modo i Giudei in Gerusalemme legheranno l’uomo a cui appartiene questa cintura». Luca continua: «Noi e quelli del luogo pregammo Paolo di non salire a Gerusalemme, ma non riuscimmo a dissuaderlo. Allora dicemmo: “Sia fatta la volontà di Dio”. Vennero con noi anche alcuni discepoli di Cesarea».

L’incontro con i cristiani (21,17-25)
Al loro arrivo a Gerusalemme “i cristiani li accolsero festosamente”. È facile pensare che si tratta di giudeo-cristiani ellenisti. Non così il giorno dopo quando Paolo si recò da Giacomo. Riuscì a raccontare un po’ “quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo suo”.
Un po’. Infatti, l’impressione che dà il testo è che questo non interessava a Giacomo, a lui interessavano solo i giudeo-cristiani: «Essi hanno sentito dire di te che vai insegnando a tutti i Giudei, sparsi tra i pagani, di abbandonare Mosè, dicendo di non fare circoncidere più i loro figli e di non seguire più le usanze tradizionali. Che facciamo?». Ascoltando Giacomo dire: “Che facciamo?”, pare di vedere una Chiesa chiusa nella fedeltà alla Legge di Mosè e a quelle tradizioni che, secondo Gesù, impediscono il vero culto a Dio (Mc 7,7). 
Giacomo invita Paolo a sottomettersi a quei riti di purificazione che ogni buon ebreo deve fare quando dal mondo pagano giunge a Gerusalemme. Paolo con la sua predicazione si era davvero immerso in quel mondo, ma l’aveva santificato con l’annuncio del Vangelo. Comunque, seguendo il suo principio: “farsi ebreo con gli ebrei” (1 Cor 9,21) si sottomise alla purificazione pur sapendo che la si può ottenere solo in Cristo. Ancor più, si sente ricordare da Giacomo la lettera che “lui”, non il Concilio, ha inviato ai pagani di “astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal mangiare sangue, ecc...”. Paolo deve aver costatato con tristezza che i giudeo-cristiani non conoscono ancora la libertà che si ha in Cristo e non sanno che Dio ha reso puro ogni cibo, anche se debbono aver sentito Pietro parlare di quello che gli è capitato a Ioppe e a Cesarea.

Paolo arrestato nel Tempio (21,26-40)
Paolo stava concludendo la sua purificazione quando lo videro alcuni giudei della provincia romana dell’Asia. Lo arrestarono e si misero a urlare: «Aiuto! Uomini di Israele. Questo è l’uomo che, ovunque, va insegnando a tutti una dottrina contraria alla Legge e a questo luogo, e ora lo ha profanato introducendo dei pagani». Lo trascinarono fuori e tentavano di ucciderlo quando il comandante della coorte accorse con i soldati, lo liberò dalla folla e lo arrestò. Egli cercò di avere informazioni dalla folla, ma chi diceva una cosa e chi un’altra, mentre il popolo urlava: “A morte, a morte!”. Nel caso di Gesù dicevano: “In croce, in croce!”.
I soldati lo portarono via, ma quando stava per entrare nella fortezza, Paolo disse al comandante: «Permettimi di rivolgere la parola al popolo». Glielo permise.

Il discorso di Paolo (22,1-21)
Quando la gente udì che parlava in ebraico fece silenzio e Paolo disse: «Fratelli e padri, ascoltate la mia difesa: Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma educato in questa città ai piedi di Gamaliele nelle più rigide norme della Legge». Gamaliele era un uomo zelante e di grande spiritualità. La tradizione rabbinica dice: “Quando egli morì, la gloria della Legge cessò e la purità e l’astinenza morirono”. Perciò Paolo può dire: «Educato da un così grande maestro ero pieno di zelo per Dio, come lo siete tutti voi oggi. Per questo ho perseguitato fino alla morte coloro che seguono questa Via». Si tratta della via della salvezza insegnata da Gesù, ma egli in coscienza sentiva che doveva perseguitarla e lo faceva con accanimento come «lo può dimostrare il sommo sacerdote e tutti gli anziani. Da loro ho ricevuto lettere per i nostri fratelli in Damasco con l’intenzione di condurre a Gerusalemme i prigionieri che fossi riuscito a fare. Ma mentre mi stavo avvicinando a Damasco una grande luce rifulse dal cielo attorno a me. Caddi a terra e udii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Risposi: “Chi sei, Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti”». Continuò a raccontare la sua chiamata così come l’abbiamo letta in 9,1-18. Ma è interessante annotare come qui, per attirare l’attenzione, qualifica Anania: «Uomo devoto osservante della Legge e di buona reputazione presso tutti i Giudei colà residenti». Ebbene lui mi battezzò e mi disse: «Il Dio dei nostri padri (significativo per gli uditori) ti ha condotto per mano a conoscere la sua volontà e a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua bocca perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito». È un testo molto importante. Esso esprime che la testimonianza che dovrà dare a Gesù tra i pagani è secondo la volontà del Dio dei Padri. Perciò non c’è nessuna rottura con la storia. Per dirla in altre parole: Gesù è la pienezza della Legge, il suo vero compimento. Chi lo rifiuta è in rottura con Dio, non cammina più con Dio nella storia.
Con questo Paolo ha spiegato il suo cambiamento da osservante giudeo a cristiano, ma ha ancora una grande esperienza da raccontare. «Quando tornai a Gerusalemme e stavo pregando nel Tempio, entrai in estasi e vidi il Signore che mi diceva: “Affrettati, lascia Gerusalemme perché non accetteranno la tua testimonianza”. E io risposi: “Ma essi sanno che ero solito imprigionare quelli che credono in te e che ho approvato coloro che versavano il sangue di Stefano”. Ma il Signore mi disse: “Va’ perché io ti mando tra i pagani”». A questo punto la folla alzò la voce e urlando disse: “Togli di mezzo costui, non deve vivere”. È risuonato come per Gesù il “Crocifiggilo, Crocifiggilo”.

Cittadino romano (22,24-29)
Il comandante lo fece riportare nella fortezza per salvarlo dalla folla, ma comandò che fosse interrogato a colpi di flagello. Voleva capire perché la folla urlava tanto. «Ma Paolo disse al centurione che gli stava accanto: “Avete il diritto di flagellare un cittadino romano?”».
Ci si chiede: “Perché Paolo solo ora fa valere la sua cittadinanza romana?”. Ma forse è Luca che ha preferito trattare a parte questo tema. Lo evidenzia solo ora per fare meglio risaltare un dato decisivo che segna una svolta nella vicenda processuale di Paolo al punto da farlo giungere in modo impensato a Roma (23,11). 
Ora Paolo è sicuro. Nessuno potrà incatenarlo e flagellarlo se prima non è stato giudicato e dichiarato colpevole. È quello che cerca di fare il tribuno convocando i sommi sacerdoti e tutto il Sinedrio.

Paolo di fronte al Sinedrio (23,1-11)
L’inizio di questa scena ricorda subito Gesù di fronte al Sinedrio. Appena Paolo si trovò davanti al Sinedrio disse: «Fratelli, io ho vissuto la mia vita in perfetta rettitudine davanti a Dio fino ad oggi». Sentendo questo il sommo sacerdote ordinò di percuoterlo sulla bocca. Gesù davanti al Sinedrio fu schiaffeggiato (Gv 18,22). Paolo continua a difendere la sua innocenza dicendo: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei e oggi sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti» (v. 6). Queste parole furono una bomba. Paolo lo sapeva che sarebbe stato così (v. 5). 
Tra gli uditori, infatti, c’erano molti sadducei e farisei. I primi sostengono che non c’è risurrezione, né angeli, né spiriti. I farisei invece sostengono il contrario. Le parole di Paolo suscitarono una tale disputa che rese impossibile la prosecuzione del processo, tanto più che i farisei dichiaravano Paolo innocente. Allora il tribuno comandò ai soldati di scendere e di ricondurre Paolo nella fortezza. La conclusione è che la notte seguente gli si presentò il Signore e gli disse: «Coraggio, come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma». Ma perché questo avvenga ci vorrà ancora molto tempo.

Complotto contro Paolo (22,12-34)
L’avventura continua: l’odio dei Giudei era arrivato a un punto tale che alcuni «giurarono solennemente di non toccare né cibo né bevanda fino a che non avessero ucciso Paolo». Si presentarono ai capi dei sacerdoti e dissero: «Voi dovete dire al comandante che ve lo riporti qui col pretesto di esaminare meglio il caso. Noi siamo pronti a ucciderlo prima che arrivi qui». Ma il figlio della sorella di Paolo riuscì a sapere dell’agguato e andò da Paolo e Paolo lo mandò dal centurione che, informatosi bene, fece preparare duecento soldati e settanta cavalieri e di notte fece condurre Paolo fino a Cesarea dal governatore Felice. Con una lettera informò il governatore della situazione e comunicò agli accusatori che deponessero contro Paolo davanti al governatore Felice a Cesarea.

Il processo davanti a Felice (24,1-22)
Continua a realizzarsi quanto Gesù ha vissuto e annunciato ai suoi discepoli: «Vi perseguiteranno e vi porteranno nelle loro sinagoghe e prigioni, Vi trascineranno davanti a re e governatori a causa del mio nome. Avrete allora occasione per dare testimonianza di me» (Lc 21,12s). Paolo si trova ora davanti a un governatore dopo essere stato presentato davanti al Sinedrio come Gesù. 
L’accusa è composta dal sommo sacerdote e dagli anziani che ora si servono di un avvocato chiamato Tertullo, il quale comincia a parlare lodando il governatore come uomo di pace per poi accusare Paolo come un sedizioso. Dice infatti: «Abbiamo scoperto che quest’uomo è una peste che fomenta continui dissensi tra i giudei che sono nel mondo. Egli è il capo della setta dei Nazorei e ha tentato di profanare il Tempio. Per questo l’abbiamo arrestato».
Paolo non ha un avvocato, ma sa difendersi: «Sono solo dodici giorni che mi sono recato a Gerusalemme per il culto e nessuno mi ha trovato nel Tempio a discutere con qualcuno. È vero che è secondo la “Via”, che loro chiamano setta, che io adoro il Dio dei miei antenati... Dopo molti anni di assenza sono venuto a offrire sacrifici e mentre ero impegnato nei riti di purificazione alcuni Giudei della provincia di Asia mi incontrarono. Sono loro i testimoni oculari che dovrebbero comparire davanti a te. Questi invece non hanno alcun motivo per farlo a meno che si tratti di ciò che gridai davanti a loro: “È a motivo della risurrezione dai morti che vengo giudicato davanti a voi”».
Il governatore Felice capì quello che Lisia gli aveva scritto: «L’ho condotto davanti al Sinedrio e mi sono accorto che le accuse riguardavano questioni della loro Legge e che non c’erano imputazioni meritevoli di morte o di prigione. Lo mando da te solo per salvarlo da un complotto contro di lui». Anche il governatore ora ha le stesse convinzioni. Interrompe la seduta e la aggiorna alla venuta del comandante Lisia, mai avvenuta.

Conoscere la Via (24,23-27)
Ora Paolo è veramente più libero. Il governatore infatti diede ordine al centurione che Paolo venisse custodito e che la sua prigionia risultasse mitigata senza impedire ai suoi di prestargli servizio. E forse è dalla conoscenza delle persone che frequentavano Paolo, che lui e la sua convivente Drusilla incominciarono a frequentarlo, sperando di avere da lui del denaro. 
Ma Paolo conosceva la loro vita dissoluta (Drusilla infatti era stata rubata a suo marito per mezzo di un mago) e ne approfittò per approfondire con loro la “Via” cioè la dottrina della fede cristiana. Qualcosa già conoscevano e l’approfondimento dovette procedere bene fino a quando Paolo incominciò a parlare di giustizia, di continenza e di giudizio. La conseguenza è che il governatore non discusse più con Paolo e che il suo ultimo atto di governatore nei riguardi di Paolo fu un’ingiustizia. Paolo avrebbe dovuto essere lasciato libero perché non si trovò nessun motivo di condanna contro di lui. Ma Felice lasciò Paolo in prigione per fare un piacere ai Giudei e consegnò il suo mandato nelle mani di Porcio Festo.

Paolo si appella a Cesare (25,1-12)
Con il nuovo governatore i capi dei Giudei tornarono alla carica e gli chiesero di trasferire Paolo a Gerusalemme. Questo perché avevano disposto un tranello per ucciderlo durante il trasferimento. Festo dispose che il giudizio si facesse a Cesarea. Allora i Giudei scesero a Cesarea e gli imputarono numerose e gravi colpe senza riuscire a provarle, mentre Paolo disse: «Non ho commesso alcuna colpa né contro la Legge, né contro il Tempio, né contro Cesare». Festo allora per dimostrare ai Giudei che voleva aiutarli, chiese a Paolo se voleva salire a Gerusalemme per essere processato là. Ma Paolo tirò fuori i suoi diritti di cittadinanza romana e rispose: «Mi trovo davanti al tribunale di Cesare. Nessuno ha il diritto di consegnarmi a loro. Mi appello a Cesare». E Festo a lui: «Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai».
La parola di Gesù: «Devi darmi testimonianza anche a Roma» adesso può diventare realtà. Al di là di tutte le trame umane è sempre il Signore che ha l’ultima parola. E Paolo continua a sperimentare che davvero cammina con Cristo nella Storia.

Preghiamo
Signore, com’è stato bello vedere trasparire il tuo volto sul volto di Paolo. Adesso si comprende perché Paolo abbia detto ai cristiani: «Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo». Ma questo, quando, con la nostra vita, noi sacerdoti riusciremo a dirlo ai fedeli? 
Signore, insegnaci la contemplazione di te quando meditiamo il tuo Vangelo e allora, a poco a poco, riusciremo a imitarti sempre più e compiremo la volontà del Padre che vuole renderci simili a te. 
Ora ti rivolgiamo questa preghiera pensando ai destinatari della nostra missione: hanno bisogno di vederci come veri modelli del gregge, sottoposti all’azione dello Spirito. 
Signore Gesù, ascoltaci! 
Amen!

 Mario Galizzi

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