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10 mag 2018

UNO STUDIO EBRAICO CHE SEMBRA CRISTIANO (è uno stralcio, da leggere tutto)


UNO STUDIO EBRAICO CHE SEMBRA CRISTIANO (è uno stralcio, da leggere tutto)

di Giorgio Faro, docente di Etica applicata presso la Pontificia Università della Santa Croce

“Filippo corse innanzi e, udito che stra leggendo il profeta
Isaia, gli chiese: Comprendi quello che leggi?” (Atti 8,30)

Il midrash (ricerca, studio) è il commento alla Bibbia, particolarmente sviluppatosi in epoca rabbinica (dal 70 d.C.), che si propone di metterne in luce insegnamenti giuridici e morali, usando varie tecniche: racconti, parabole, leggende. A lungo ignorata, se non disprezzata ed assimilata al folklore, la lettura midrashica è oggi considerata un’interpretazione creativa ed originale del testo biblico. Anzi, l’interpretazione propriamente ebraica della Torah, che scruta il testo -andando al di là del senso letterale- per trarne applicazioni pratiche e significati nuovi. Tale produzione spazia dalla conquista dell’Oriente -da parte di Alessandro Magno- fino al 200 d.C. Nel XV sec. si completano le raccolte di tutte le antologie midrashiche.
Per gli ebrei ortodossi il Messia è soltanto il re trionfatore
Come noto, gli Ebrei ortodossi respingono la lettura messianica del servo sofferente descritto in Isaia (52,13-53,12). Essi ritengono che la migliore e più antica tradizione messianica preveda solo un Re-Messia, trionfatore politico e militare, nonché discendente di David. Essi, segnalano che, in Isaia, non c’è un esplicito riferimento al Messia, ma ad un “servo sofferente” dell’Altissimo. Per loro, è una metafora del popolo ebraico e della sua storia. Dal loro punto di vista, questa profezia di Isaia si avvera proprio attraverso i tanti pogroms ed angherie subìte, in ultimo l’Olocausto, che contrassegnano la storia del popolo ebreo, raffigurato come singola persona tra gli altri popoli che lo fanno soffrire, ma su cui trionferà e definitivamente: grazie al Messia. La stessa interpretazione metaforica varrebbe anche per il salmo 21 (22), che i cristiani interpretano, invece ed ancora, come messianico e perciò rivolto ad una persona reale. In quest’ultimo caso, tutt’al più, alcuni rabbini scorgono un riferimento profetico alla regina ebrea Ester, sposa del re Assuero, in ansia per il rischio di imminente genocidio del popolo eletto.
 Già nel II secolo alcuni studi iniziarono a parlare di due Messia, quello sofferente e quello trionfante
Tuttavia, di fronte ai molteplici fallimenti di rivolte politiche all’insegna del Messia, ultima quella di Bar-Kochba (132 d.C.), ma già quella finita nel sangue -ad opera di Varo- subito dopo la morte di Erode, che sembrerebbe essere il 4 a.C.1, alcuni midrash presero a parlare di due Messia, liberatori di Israele. Un precursore, la cui fine sarà tragica, che è il Messia di Efraim (discendente di Giosué, e/o figlio di Giuseppe, quello venduto in Egitto), con il ruolo di Messia-vittima; mentre quello davidico è un Messia-Re, trionfante. Il testo più antico sul Messia di Efraim fu composto a cavallo delle due grandi rivolte giudaiche (70 e 132 d.C.)2. L’altro messia, a conferma della visione trionfante e definitiva della tradizione più antica è il Messia (discendente) di David. Per spiegare i fallimenti di varie rivolte, cosiddette messianiche, sembrerebbe nascere la letteratura midrashica “del doppio Messia”: quello di David (trionfante), preceduto da quello di Efraim (a fine tragica). I due Messia sono paragonati, per importanza, a Mosè (quello davidico) ed Aronne.
Perché Messia di Efraim?
Perché tale Messia, riprodurrebbe a livello individuale, ciò che sarebbe avvenuto secondo un altro racconto midrashico all’intera tribù di Efraim, la quale -mal interpretando un vaticinio- avrebbe anticipato l’Esodo dall’Egitto, finendo in gran parte sterminata dagli egiziani. Tuttavia, ciò costituì un anticipo, un segnale tragico ma profetico, di quello che sarebbe stato l’esito -felice- dell’Esodo mosaico: la Terra Promessa. Nel Talmud, testo ufficiale dell’ebraismo attuale (completato nel V sec. della nostra era), c’è una sola citazione relativa al doppio messia: vittima e Re3. Sembrerebbe che alcuni Ebrei -forse in difficoltà, anche per l’antagonismo cristiano-, abbiano voluto separare il Messia davidico, trionfante a Gerusalemme, da quello condannato al supplizio.
Un autore ebreo che parla di un Messia come quello cristiano 
  Malgrado tali doverose precisazioni, l’antologia Pesiqta Rabbati (redatta tra il VI e il VII secolo) contiene un midrash (pisqa 36), sconvolgente ed emozionante, per come evochi subito -ad un cristiano- il Messia in cui egli crede. Eccone il contenuto, che pare sia un’esegesi di alcuni versetti del salmo 21 (22), se non anche del “servo sofferente” di Isaia: in linea, con l’interpretazione messianica di entrambi i testi, che la Chiesa cattolica insegna. L’autore ebreo, dimostrando vita contemplativa e di orazione, si immagina un dialogo tra Dio (il Santo, benedetto Egli sia) ed il Messia, circa la sua futura missione, propria di un Messia sofferente. Inutile notare, come la confidenza, delicatezza ed affetto -espressi in tale dialogo- sembri rinviare al rapporto tra un padre ed un figlio. E come tutta la breve narrazione e filiale contrattazione sulle conseguenze redentive del martirio, che il Messia desidera estendere agli uomini di tutti i tempi, fa trasalire e commuovere un cristiano:
‘Il Santo, benedetto Egli sia, cominciò a discutere con il Messia, dicendo: “Coloro i cui peccati saranno perdonati per te, ti imporranno un giogo di ferro e ti tratteranno come un vitello che viene accecato; essi soffocheranno il tuo respiro sotto il giogo e, a causa dei loro peccati, la tua lingua si incollerà al palato. Accetti ciò?”.
   Il Messia rispose innanzi al Santo, benedetto Egli sia: “Questo supplizio durerà parecchi anni?”. Il Santo, benedetto Egli sia, gli rispose: “Sulla tua vita e sulla mia stessa vita, una settimana! Così io ho dichiarato a tuo riguardo. Ma se la tua anima è turbata, io la conforto fin d’ora”.
   Il Messia gli disse: “Signore del mondo, con la gioia dell’anima e con la gioia del mio cuore, io prendo ciò su di me a condizione, però, che nessuno dei figli di Israele perisca; e che non solamente i viventi siano salvati nei miei giorni, ma anche coloro che sono nascosti nella polvere; e che non solo i morti siano salvati nei miei giorni, ma anche coloro che sono morti dai giorni del primo uomo, fino ad ora; e che non solamente quelli siano salvati nei miei giorni, ma anche coloro che non sono ancora nati; e non solo quelli, ma anche coloro la cui creazione non esiste, se non nella tua prescienza, e che non sono stati ancora creati. Così io voglio. A questa condizione, io prendo su di me tutto ciò”.’   
   C’è da restare a bocca aperta… Il legame con il salmo 21 (22), che gli ebrei, pur attribuendolo a David, non interpretano come messianico, sembra riferirsi -in questo midrash- al Messia tragico, di Efraim. Il riferimento risulta da pochi versetti, di cui la risonanza più esplicita -qui emergente- è l’accenno alla lingua che si incollerà al palato del Messia suppliziato (“è arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola”, (21,16). Sembra evocato, a proposito della salvezza per quanti sono già morti, anche questo versetto: “a lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere” (21,30).
 Il resto è frutto della vita contemplativa dell’anonimo commentatore ebreo.
Una settimana di Passione    
Mi soffermo ora su qualche passo, che può far trasalire il cristiano.
    Il supplizio durerà “una settimana”, non anni. D’istinto, e un po’ liberamente, viene da pensare alla “settimana santa”. È anche facile pensare, che il “giogo” finale non può essere che la Croce… L’idea che il supplizio duri 7 giorni, fa pensare che -nella sua ultima settimana di vita- Gesù sia stato privato del lumen gloriae, vedere Dio -faccia a faccia-, privilegio goduto per tutta la vita, quando ogni giorno pregava rivolgendosi al Padre (interpretazione che parrebbe ora esaltata, dalla lettura dei primi versetti del salmo 21, riferentesi ad un abbandono che dura da giorni). La sofferenza è come il travaglio dei 6 giorni per la creazione, in vista del settimo. E Cristo afferma “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap. 21,5).
   Nella settimana santa, l’umanità di Cristo è dunque totalmente isolata, come abbandonata dalla sua stessa divinità, in vista della nuova creazione. Le due nature, divina ed umana, sono ora rese -volontariamente- incomunicabili. A ciò seguono tanti altri dolori in crescendo, prima morali, poi anche fisici. Cessata la visione del Padre, muto alle sue preghiere, il Messia arriva a provare l’amarezza del suo isolamento in Cristo-Uomo, culminante nell’attualizzazione sulla croce proprio del salmo 21, che inizia con: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato…”. Salmo che però finisce in gloria, come spesso la gente ignora. Gesù muore infatti pregando, e rendendo lo spirito a quel Padre che, celatosi, non lo ha però mai abbandonato, né cessato di confortarlo, come il suddetto midrash riporta: “se la tua anima è turbata, io la conforto fin d’ora”. Si pensi, ad esempio, all’angelo -inviato dal Padre- a consolare Cristo, nell’orto degli Ulivi.
Un Messia non politico, che espia i peccati degli uomini
   Altro aspetto che fa trasalire è la totale mancanza di scopi temporali, di un regno politico, in questo Messia. Obiettivo della sua missione è salvare “coloro i cui peccati saranno perdonati”. E proprio il Padre gli dice “saranno perdonati, per te”: tramite il tuo supplizio. Qual è dunque la causa della Passione? Sono proprio i peccati, come il midrash pisqa 36, attesta: “a causa dei loro peccati”. E qui è inevitabile sottolineare la risonanza col “servo sofferente” di Isaia, a sua volta interpretato ad personam: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe siamo stati guariti” (Is 53,5).
Redenzione del popolo ebraico, ma anche di tutti gli altri uomini di tutti i tempi
    Inoltre, la salvezza prospettata è ottenuta per il sacrificio di uno solo ed è universale: ciò che credono i cristiani. Salvezza, nel midrash, innazitutto degli Ebrei, popolo eletto; ma poi di tutti gli altri viventi. E non solo i viventi della generazione del Messia; non solo coloro che sono stati seppelliti al tempo del Messia, ma tutti coloro che sono morti prima del Messia, a partire da Adamo. E questo ci fa pensare al Simbolo apostolico (“discese agli Inferi”): alla discesa del Verbo, unito alla sua anima umana, come giudice della precedente umanità, nell’Ade-Limbo. Il giudizio individuale, che ne segue, avviene nei tre giorni in cui riposa -nella tomba- il cadavere di Cristo.
   Lo stesso Vangelo di Giovanni conferma l’estensione della salvezza ai morti, che questo midrash sembra postulare:  “Verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti hanno fatto il bene, per una resurrezione di vita; quanti il male, per una resurrezione di condanna”(5,28-29). Entrambi, il midrash e il Vangelo, sembrano qui ricollegarsi ad una più antica profezia messianica contenuta nel Libro di Daniele: “Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno; gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna” (12,2). Daniele è vissuto all’epoca della formazione dell’impero persiano (VI sec. a.c.).
Redenzione anche per i non ancora nati
Colpisce la richiesta della salvezza oltre ai viventi, contemporanei di Cristo, da estendersi anche a quanti non sono ancora nati. Infatti, nella vulgata impostasi tra gli ebrei, dopo il sinodo di Iamnia del 90 d.C. (nonostante esistano passi biblici, nel canone ebraico, che fanno pensare altrimenti, es. i salmi 2 e 139, Giobbe, ecc., oltre a Sapienza e Maccabei, questi ultimi rigettati come non canonici dopo il 90 d.C.), si considera tuttora vivente un uomo, solo da quando l’anima -creata ad hoc- viene spirata in un corpo umano da Dio. E ciò avviene, per gli odierni Ebrei ortodossi (tranne poche eccezioni), esclusivamente alla nascita. Solo con la nascita il neonato inizia a respirare: Dio gli ha inspirato l’anima. Ciò spiega, come mai, anche l’attuale rabbino di Roma, Di Segni, invitasse i suoi fedeli romani ad abrogare, nel referendum 2005, la legge 40 (che regolava la fecondazione in vitro) per concedere -tra l’altro- la piena disponibilità agli esperimenti su embrioni, giudicati “non persone”, ma grumi di sangue, nulla, perché privi di anima.
Ma continuiamo col nostro midrash.
Incantevole, la richiesta di salvezza per tutti coloro che vivranno dopo il Messia, e che ancora non esistono, se non nella mente del Padre…  Coloro che “ancora devono essere creati”. Ricordo comunque che, se i meriti della Passione sono sovrabbondanti a salvare l’umanità, l’uomo (ebreo o meno) può respingerli e dannarsi. Accanto alla misericordia, esiste anche una giustizia di Dio che non può salvare coloro che non si pentono, resistendo anche in punto di morte alla grazia, e disprezzando così il perdono di Cristo. Dio non può salvare una vittima innocente con il suo aguzzino, mai pentitosi -in vita- delle sevizie inflitte. In Isaia, si legge: “il Signore fece ricadere su di lui le iniquità di noi tutti” (53,6); ma anche: “il mio servo giustificherà molti” (53,11), non tutti. Perciò sarà segno di contraddizione: per la salvezza di molti, per la rovina di altri (cfr. Lc 1,34). Come del resto appare nella citazione di Daniele, sopra menzionata.
Un’immagine di Messia familiare ai cristiani
Infine, fa colpo -nel Messia-, l’accettazione “con gioia” della sofferenza che Dio gli propone per una tale salvezza: “con la gioia dell’anima e con la gioia del cuore, io prendo tutto ciò su di me”. Messia di David? Messia di Efraim? Questo è -per un cristiano- l’unico Messia che passa dal trionfo effimero umano -la domenica delle Palme, preludio alla settimana santa- alla morte; e poi, al trionfo definitivo della resurrezione. Un solo Messia, e basta. Lo stesso che, per la maggioranza degli Ebrei ortodossi attuali, deve ancora arrivare.
Quello descritto in pisqa 36, è però un Messia in cui possono riconoscersi i cristiani e, almeno, alcuni ebrei… Tra cui l’anonimo autore ebreo della pisqa 36. Quello che per l’ebreo è il Messia davidico, che deve ancora arrivare, per il cristiano è Cristo nella Parusia (il suo ritorno, per il Giudizio Universale, alla fine dei tempi) e nella gloria: lo stesso Messia davidico (si legge nel Credo: e di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti). Per un cristiano, il Messia di David e di Efraim sono un solo Messia. Tanto è vero, che in Isaia si legge: “gli darà in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino”. Ed anche: “Ecco il mio servo prospererà, sará elevato, esaltato, reso sommamente eccelso” (53,13). Ovvero, il Messia “tragico” di Isaia trionfa alla fine -quale Messia davidico- su ogni avversario, morte inclusa. Ad oggi, esiste un gruppo minoritario di rabbini che venera il “nostro” Cristo, come Messia di Efraim (tra l’altro, figlio -discendente- di Giuseppe: entrambi venduti al prezzo di uno schiavo). E attende sempre quello di David.